Inviato da : andrea
Lunedì, 26 Gennaio 2009 - 02:06
ARCHITETTURA RESIDENZIALE e QUESTIONI ENERGETICHE
by Thomas HERZOG
Il testo che segue è la trascrizione della lectio doctoralis tenuta da Thomas Herzog il 14 maggio 2007 alla Facoltà di Architettura Biagio rossetti dell’Università di Ferrara in occasione del conferimento della laurea honoris causa, motivata dalla straordinaria coesione tra attività professionale e ricerca accademica, in un costante e attento rapporto con i temi dell’innovazione energetica e dei valori ambientali. La lezione è stata pubblicata in forma integrale sulla rivista “Costruire” (n. 294, novembre 2007).
FRA RICERCA E PROFESSIONE
Desidero qui di seguito rendervi partecipi di alcune mie riflessioni su un argomento che è tradizionalmente importante per una scuola che diffonde la conoscenza dell'architettura.
Voglio ragionare su una serie di contenuti che, da quando ho iniziato ad interessarmi della materia,- di fatto da quasi cinquanta anni - ho sempre percepito come al centro del dibattito. Si tratta del rapporto tra la ricerca, che è il compito primario dell'Università, e l'esperienza professionale di coloro che insegnano l'architettura -intesa nel suo nucleo- in quell'ambito compreso tra spazio e costruzione. Mi riferisco in questo caso a quegli architetti professionalmente impegnati che dispongono di una bagaglio di conoscenze e esperienze che nascono dalla stretta relazione con la pratica dell'edilizia reale. Non penso ai teorici dell'architettura e nemmeno agli storici, ma a quella categoria di architetti alla quale credo di appartenere anche io.
Consentitemi prima di tutto di illustrarvi alcuni semplici passaggi concettuali:
Che cosa facciamo, fondamentalmente, quando costruiamo un edificio? Utilizziamo mezzi e materiali per dare forma a volumi, separandoli in qualche modo dall'ambiente esterno. Lo facciamo principalmente dare una protezione da agenti e influssi indesiderati che possono giungere dall'esterno - siano i nemici o i concorrenti, gli effetti climatici o le intemperie o anche soltanto gli effetti del traffico e le sue emissioni. In questo modo cerchiamo di garantire a noi stessi la sopravvivenza e la possibilità di crescere i nostri figli. Più o meno come fanno gli altri esseri viventi evoluti con le loro dimore. Cerchiamo inoltre di assicurarci le migliori condizioni di vita possibili per essere in grado di produrre e gestire altre cose. L'origine dell'architettura, di conseguenza, sta proprio nella creazione artificiale di questi spazi e naturalmente, prima di tutto, è necessario un confronto con il problema della loro qualità interna in rapporto agli scopi e agli utilizzi finali.
Per dare una forma concreta a tutto ciò occorre gestire un insieme di grande complessità. Un insieme fatto di forme, dimensioni, posizioni reciproche, accessibilità, proporzioni interne, arredi con stoffe, colori e materiali, luminosità, ventilazione, proprietà acustiche, umidità dell'aria, temperatura percepita; un insieme che nasce attraverso un'estrema varietà di processi costruttivi e soluzioni tecnologiche, con l'utilizzo di diverse migliaia di prodotti e svariati processi di montaggio e lavorazione. Per indicare il principale coordinatore, colui che agisce con l'obbiettivo di ottenere un Unicum armonizzato, nel complesso e nelle singole parti, adoperiamo la parola "architetto". Il termine è anche correntemente utilizzato per indicare colui si occupa di altre materie altrettanto complesse, che nel loro risultato sono profondamente strutturate e che costituiscono un sistema regolato da principi sovraordinati.
L'informatica si è già appropriata da tempo della parola "architettura" - magari, senza chiedere il permesso. Allo stesso modo si può sentir parlare dell'"architetto" di un importante accordo commerciale e in entrambi i casi, probabilmente, si fa uso del termine senza conoscerne (e forse nemmeno sospettandone) l'esatta etimologia, quella per esempio ben spiegata da Platone nel Fedone.
Per tradizione l'architetto preferisce in primo luogo essere un attore sul piano sintattico e semantico: si interessa della composizione geometrica degli oggetti, della strutturazione logica dei sottosistemi edilizi (struttura portante, involucro, partizioni, alimentazione, smaltimento, etc. etc.), ed anche degli aspetti funzionali e urbanistici.
Analizziamo la struttura portante della costruzione, che già nei templi e nelle grandi costruzioni civili dell'antichità aveva spesso una magnifica forma, e cerchiamo di seguirne fino ai giorni nostri la ricchezza di varianti stilistiche e architettoniche attraverso i secoli. Scopriremo che la sua relazione con il "volto" dell'edificio - la Facies, la facciata - è sempre stata in egual misura di grande importanza. Nella storia dell'architettura la forma ricopre un ruolo naturalmente fondamentale. Si pone quindi la domanda: da dove provengono le forme che definiscono l'aspetto? Da che cosa sono derivate? Sull'argomento si è già detto infinitamente molto, su tutto ciò che interessa la logica, il significato, la sincerità, la fantasia, l'iconografia e la simbologia, e anche su ciò che riguarda l'ambizione di far mostra dei propri valori, nel caso di committenti religiosi o secolari.
Ciò che invece da tempo muove il mio interesse è soprattutto qualcos'altro. Si tratta di un tema antico, che oggi è di nuovo straordinariamente attuale, che da qualche decennio a questa parte è cresciuto di significato e sta correndo, in questo momento, il pericolo di diventare una moda massmediatica . Sto parlando della relazione tra architettura ed energia.
Come noi tutti già da tempo sappiamo, circa la metà dell'energia consumata dalla popolazione della terra serve alla costruzione e soprattutto al mantenimento degli edifici. Questo avviene poiché - come dicevo poco fa - gli edifici sono unità spaziali a sé stanti ed evidentemente hanno bisogno di energia per poter essere usati ed abitati. Lo stesso concetto può essere espresso anche in altri termini: gli edifici sono , in ogni caso, oggetti tecnologici di grandi dimensioni concepiti per assolvere ad una o più funzioni (indipendentemente dalla materia di cui sono fatti, da come sono costruiti, da quello che sarà il loro utilizzo). Stiamo parlando di volumetrie realizzate artificialmente e dotate di condizioni che le rendono idonee all'uso. Ora, sapendo che il problema principale dell'umanità per i prossimi decenni sarà quello di ridurre il consumo del combustibile fossile, poiché da ciò dipenderà la sopravvivenza di milioni di persone, io penso che, semplicemente a causa dell'ordine di grandezza del problema, non si possa prescindere dal chiedere una maggiore responsabilizzazione a chi per professione si occupa di edifici.
E non esiste un'altra figura professionale alla quale è lecito chieder di lavorare intensivamente al principale oggetto delle sue attenzioni, cioè l'edificio, come quella che ne ha la responsabilità nella sua interezza, dalla concezione fino alla consegna al committente. Questa figura è appunto, per definizione, quella dell'architetto.
Se vogliamo chiederci in che modo questo possa accadere, allora dobbiamo prima di tutto constatare che da alcune generazioni l'architetto non lavora più, con serietà e come se fosse una cosa ovvia, a questo obbiettivo. La progettazione dei cosiddetti "sistemi energetici" è generalmente delegata all'ingegnere o al perito. Nelle scuole di architettura se ne parla molto poco; nella pratica sono gli ingegneri quelli che hanno sviluppato la tecnologia del riscaldamento, della ventilazione e del condizionamento con sistemi ad alto rendimento, completamente dipendenti da una qualche alimentazione energetica. Di conseguenza la costruzione in quanto tale - formata da struttura, involucro, masse interne etc. - ha dovuto provvedere a sempre minori esigenze. Ovviamente i condizionatori si sono trasformati in veri e propri impianti frigoriferi; solo la Cina ne produce ogni anno svariati milioni e i consumi energetici aumenteranno in proporzione.
D'altro canto non conosco nessuno, che affermi di consumare volentieri quanto più petrolio, carbone o gas possibile e che non sia disponibile, però, a rinunciare al suo "diritto fondamentale" di farlo. Tuttavia questa è la realtà. Assistiamo anche ad una crescente tendenza a considerare la situazione attuale come se fosse una presunta necessità: si consuma sempre più energia derivata da combustibili fossili senza l'accortezza di considerarla un bene da rigenerare o da riciclare, semplicemente la si distrugge, con tutte le ben note conseguenze sul clima.
In realtà il nostro scopo è completamente diverso: vorremmo semplicemente poter disporre durante tutto l'anno di un microclima interno confortevole - né troppo freddo d'inverno, né troppo caldo d'estate. E poiché gli edifici nella maggior parte dei casi non sono in grado di garantirlo, corriamo ai ripari con l'aiuto della tecnologia che nel corso del tempo si è fatalmente perfezionata, anche con il supporto di vari sistemi di misurazione, controllo e regolazione. Oggi siamo arrivati al punto che anche le minime prestazioni dovute originariamente agli elementi edili dell'edificio - la "carrozzeria" - sono quasi irrilevanti.
Innumerevoli volte sono stato interrogato sul motivo per cui gli architetti non facciano, già da tempo, maggior uso di nuove tecnologie, dal momento che i presupposti per un ripensamento radicale dell'edificio, sia dal punto di vista strutturale che materico esistono e sono anche importanti.
In risposta a questa domanda io credo di poter azzardare alcune ipotesi, che sono strettamente correlate tra loro. Attualmente ne posso contare sette: 1.Gli edifici sono dei sistemi termodinamici complessi. Per studiarne tutte le caratteristiche fisiche e gli effetti fisiologici occorre predisporre una trattazione complessiva che consideri sia il campo delle esigenze microclimatiche interne che la struttura edile a delimitazione dei volumi, puntando al raggiungimento di una sorta di equilibrio ottimale. 2. Questo obbiettivo esige un considerevole sforzo progettuale con molti passaggi intermedi di scambio informativo sin dalle prime fasi della progettazione; un impegno che oggi va ben oltre il consueto profilo professionale di un architetto. E' necessaria una qualificazione aggiuntiva che richiede considerevoli sforzi e data la complessità della materia può essere ottenuta soltanto attraverso un processo di tipo integrativo, non già cumulativo e additivo. Per risparmiare una grande quantità di combustibile fossile questo supplemento di sforzi è necessario, ma può essere attuato solo con il concorso di una strategia che coinvolga anche i tempi e le risorse economiche. 3. Quei comportamenti dell'utente, che sono molto importanti per il controllo dei consumi energetici, e che coinvolgono la ventilazione degli ambienti, la regolazione della temperatura, l'abbattimento del surriscaldamento estivo con l'ombreggiamento e la regolazione graduale dell'umidità e della temperatura di ogni ambiente, in realtà non sono in grado di mostrare e rendere immediatamente intellegibile alcuna relazione di causa-effetto con il consumo energetico. In breve: noi disponiamo a malapena di sistemi tecnologici e funzionali che siano in grado di rendere comprensibili a tutti, qualitativamente e quantitativamente, la causa e l'effetto in relazione al comportamento umano. 4. Al contrario di quanto avviene con la statica, dove la capacità di sostegno, di deviazione dei carichi, di rinforzo e di deformazione sono chiaramente riconoscibili anche dal profano nelle forme della struttura, in questo caso la maggior parte dei processi energetici in atto non è visibile. La posizione, la dimensione, la matericità di setti, pilastri travi e solai sono immediatamente rilevabili, non sono in continuo mutamento e hanno una grandissima valenza estetica; al contrario i "sistemi energetici" dello spazio e della costruzione descrivono un "invisible enviroment". 5. I riferimenti vernacolari e regionali dell'architettura sono spesso interpretati alla stregua di categorie stilistiche, quando addirittura non sono letti come fenomeni reazionari e regressivi. Tuttavia la reazione del progetto alle caratteristiche del sito (condizioni climatiche locali, topografia, esposizione) è molto importante per il miglior sfruttamento dell'energia presente nell'ambiente e per la minimizzazione delle dispersioni.
Questo concetto si colloca in clamorosa contrapposizione con quella che ormai da tempo è diventata l'ovvia internazionalizzazione mondiale di ogni prodotto, che va di pari passo con la diffusione del brandig estetico e che sta globalizzando l'architettura in modo completamente indipendente dalle caratteristiche locali. L'esatto contrario di una esclusiva disponibilità di conoscenze e materie prime locali in grado di dar luogo alla specificità dell'architettura. 6. Oggi, nel mondo dei prodotti, ancor prima di fare l'acquisto, l'utente chiede spesso di vedere ed esaminare l'immobile finito - magari con un bel sigillo di garanzia "you see what you get" - senza interessarsi alla successione dei processi e delle fasi di sviluppo attraverso la quale il progetto si è sviluppato gradualmente. Di conseguenza si producono rappresentazioni della realtà desiderata che ripropongono in primo luogo solo la superficie del risultato, peraltro non ancora disponibile. Nessuno offre un'immagine della logica costruttiva attraverso la quale, caso per caso, si svilupperà il progetto. Né tanto meno una rappresentazione delle caratteristiche energetiche, alle quali peraltro quasi nessuno pensa in questa fase iniziale spesso molto decisiva per la riuscita del progetto. 7. Le città nelle quali vivono tre miliardi di persone non si rinnovano; solo una minima percentuale è soggetta a ristrutturazione. Da qui nasce il dilemma del patrimonio immobiliare esistente e ancora in uso. In questo caso non disponiamo di grandi strategie per risolvere il problema del management energetico. Soprattutto in questo settore serve con urgenza una gran quantità di ricerca applicata in campo strutturale estetico e tecnologico.
La mia convinzione è che tutto ciò di cui vi ho parlato debba diventare l'oggetto di quelli che mi piacerebbe definire "ricerca scientifica e sviluppo artistico di ampio respiro". Di cui dovrebbero occuparsi gli architetti che svolgono i loro incarichi all'interno delle strutture universitarie. Credo che molto difficilmente questo possa accadere nell'ambito degli incarichi di progettazione ed esecuzione svolti dal professionista puro, per i motivi che ho appena detto.
L'architetto infatti è pagato soltanto per progettare e sorvegliare la realizzazione di costruzioni prive di imperfezioni, da condurre in base alle tecnologie disponibili, come è consentito dalle norme pertinenti e in vigore. Egli si dedica alla composizione utilizzando le tecnologie di cui dispone. Come da contratto, e molto chiaramente, egli non riceve l'incarico di svolgere ricerca all'interno del progetto e a spese del committente, correndo anche il rischio del fallimento (che nel caso delle nuove scoperte è sempre molto probabile).
Chi lavora nell'Università sa bene quanto la ricerca e lo sviluppo possano essere onerosi in termini di tempo e risorse. Ed è chiaro a tutti che questa attività non può essere ricompensata solo in termini economici attraverso la parcella che il committente corrisponde al professionista. E' un'attività da svolgere negli atenei: luoghi deputati alla ricerca sistematica, mirata, e applicata. L'ottimizzazione energetica degli edifici - sia quelli nuovi che quelli già esistenti - comincia con l'esperienza e la corretta interpretazione dei dati climatici locali (temperatura, vento, precipitazioni e altro) e prosegue con il calcolo di un modello termodinamico complesso, attraverso una sequenza di fasi interattive fino al raggiungimento del miglior risultato. A causa della grande quantità di parametri interdipendenti questo tipo di ricerca deve essere necessariamente svolta in collaborazione con studiosi di scienze naturali e ingegneri con diverse specializzazioni, mentre anche il classico strutturista può giocare un ruolo importante nel controllo dei consumi energetici regolando la distribuzione delle masse all'interno dell'edificio (cosa di cui molti non si sono ancora accorti).
E quando noi disponiamo di un considerevole repertorio di nozioni, strumenti e sistemi tecnologici che ci consente di ridurre il consumo di energia primaria e di sfruttare l'energia pulita - in particolar modo quella solare -, abbiamo un tesoro di informazioni ottenuto soprattutto attraverso la ricerca svolta negli atenei negli ultimi decenni. A questo punto non dobbiamo più limitarci ad ampliare la conoscenza solo attraverso la ricerca e lo sviluppo scientifici, ma dobbiamo sforzarci di integrarla gradualmente nella progettazione quotidiana e reale. Il progetto si fa inevitabilmente più complesso e oneroso. I costi aumentano e gli economisti dovrebbero essere in grado di preparare dei modelli per valutare il progetto con il miglior rendimento finanziario nel minor arco temporale (per semplicità diciamo che è possibile prevedere una crescita del 50% circa dell'onorario con un allungamento dei tempi di progettazione); mettendo in evidenza, per esempio, che le strategie adottate sono in grado di ridurre in modo considerevole i costi di gestione. Ciò non porterà solo al recupero e alla rendita del capitale aggiuntivo investito nell'arco di breve tempo, ma rivelerà nel lungo periodo anche la sua sostenibilità e i vantaggi per la collettività.
Se invece di parlare di poesia, arte e estetica rivolgo la mia attenzione alle problematiche del microclima interno, del consumo energetico e dell'economia sto forse perdendo di vista l'oggetto dei miei interessi o della mia professione? Spero invece che si possa concordemente affermare che le une sono le basi delle altre, anche se noto che l'architettura è sempre profondamente radicata nella propria materia e si interessa ancora solo occasionalmente della galassia della ricerca applicata.
Lasciateci fare una ricerca e uno sviluppo qualitativamente migliori all'interno delle Università e in collaborazione con l'industria, nel campo degli strumenti per la progettazione, nell'ambito delle possibilità offerte dalle complesse simulazioni termodinamiche e di illuminazione diurna e soprattutto in quello dei componenti per l'edilizia e dei sistemi costruttivi. In questo modo anche in futuro saremo in grado di produrre e controllare le forme architettoniche, ad un livello più alto e con caratteristiche di durevole qualità.
Naturalmente l'architettura è una delle discipline artistiche più importanti. Su questo non ci sono dubbi, e al contrario di altre essa è pubblica ed è fatta per durare.
Chi vuole operare sul piano della qualità culturale - quando è attore - deve affrontare i problemi analizzando in modo corretto le condizioni in cui agirà con l'obbiettivo di possederne il controllo. E derivando dal greco antico (arcein) la parola architetto nasconde in sé l'ambizione di governare entrambi gli aspetti - quello artistico e quello tecnologico.