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Autore:
Emanuele Piccardo|Filippo Romano
Genere:
Fotografia
Soggetto:
Architettura
Data
di pubblicazione: 2007
Titolo:
Soleritown
A
cura di: Emanuele Piccardo
Testi
di Emanuele Piccardo|Pierangelo Cavanna
Editore:
plug_in
Soleritown
è il risultato del progetto elaborato dall'associazione culturale
"plug_in" , con il sostegno dell'Assessorato alla Cultura
della Provincia di Torino e della Fondazione Ordine Architetti PPC della
Provincia di Torino, sull'opera architettonica di Paolo Soleri (Torino
1919). Per la prima volta l'architettura americana di Paolo Soleri viene
rappresentata, attraverso il mezzo fotografico, all'interno di un progetto
autoriale di due giovani fotografi italiani: Emanuele Piccardo, Filippo
Romano.
Soleritown costituisce una riflessione visiva e critica sul concetto
di città secondo le teorie espresse da Paolo Soleri evidenti
nei suoi due frammenti di città, Arcosanti e Cosanti, realizzati
nel deserto dell'Arizona. L'arcologia, sintesi dell'unione tra architettura
ed ecologia, costituisce il fulcro dell'idea soleriana che, fin dagli
anni cinquanta, sperimenta, a partire dalla tabula rasa, forme e tipologie
nel deserto. La fotografia diviene strumento per leggere e analizzare
criticamente un luogo restituendone una iconografia nuova che vuole
relazionarsi con la grande tradizione fotografica americana. Arcosanti
e Cosanti sono due luoghi che nel tempo sono stati rappresentati solo
attraverso gli schizzi e i plastici, nasce così l'idea di colmare
una lacuna nella rappresentazione dell'architettura di Soleri.
Reyner Banham, riferendosi a Los Angeles,
scrive “…la città
non potrà mai essere compresa interamente da chi sia incapace
di muoversi con disinvoltura attraverso il suo esteso tessuto urbano
e di adeguarsi al ritmo senza precedenti della sua vita. Così,
come antiche generazioni di intellettuali inglesi impararono l’italiano
per poter leggere Dante in originale, io ho imparato a guidare l’automobile
per leggere Los Angeles” [1]: solo individuando lo strumento che
ha consentito lo sviluppo urbano di un luogo, in questo caso la città
americana costruita sull’uso dell’automobile, se ne può
comprendere la struttura.
Per tentare un approfondimento su Paolo Soleri
e Arcosanti bisogna partire dall’esperienza
del viaggio. Viaggio non inteso
solo come percezione spaziale di luoghi che si succedono – Newark,
Phoenix, Cordes Junction, dove sorge Arcosanti, Las Vegas -, ma anche
come approccio mentale sulla traccia delle letture fatte, le suggestioni
attinte attraverso media differenti, gli incontri con Soleri accompagnati
dall’idea, fondamentale, che si possa costruire una nuova iconografia
dello sprawl e descrivere un’architettura con la fotografia, in
modo originale e persuasivo, non delegando al solo disegno ogni rappresentazione
dell’idea architettonica stessa.
“A
Las Vegas, tutto si svolge come se la mancanza di un senso di appartenenza
all’ambiente comportasse necessariamente una sensibilità
ipertrofica ai dettagli. Non vi è la possibilità di alcuna
fuga visiva entro gli orizzonti percettivi dell’indefinito-sinistra-destra,
avanti-indietro, vicino-lontano, ma soltanto l’icasticità
di forme ingrossate, esagerate, esibite. Dietro ogni insegna luminosa
non si apre alcuno spazio, non prende forma alcun mondo” [2].
Le dinamiche e la forma di Las Vegas sono rimaste immutate da come le
avevano descritte Robert Venturi,
Denise Scott-Brown e Steve Izenour in Learning from Las Vegas (1972).
Un libro-manifesto che racconta la città attraversata con l’automobile,
evidenziando non l’architettura colta e raffinata (operazione
difficile dove l’architettura non esiste), bensì l’importanza
dei segni e degli oggetti collocati lungo i boulevards e la strip.
Costruita nel deserto del Mojave in Nevada, Las
Vegas rappresenta il luogo degli eccessi dell’american
dream, testimonianza del fallimento del consumismo esasperato, di cui
è protagonista più di Los Angeles. Sin-city, ossia città del
peccato, sviluppata su un chiaro disegno politico come città
dedicata al divertimento per distrarre l’attenzione dagli esperimenti
nucleari (realizzati negli anni cinquanta ma divulgati solo il decennio
successivo), Las Vegas è luccicante la notte nelle forme delle
insegne dei Casinò, degli Hotel extralusso, delle Chapel of the
Bells e dei motels. Di giorno mostra la sua struttura fatta di scenografie
finte come un set cinematografico, dove l’insegna lungo la strip
non richiama più il passante per dirottarlo nel Casinò.
Con un abile camuffamento, la strip commerciale è fatta di attrattori
visivi il cui obiettivo è concentrare in un solo luogo molti
luoghi: Parigi, Venezia, New York e Il Cairo, frammenti di un tessuto
urbano omogeneo, un parco divertimenti fatto a somiglianza di città.
Martin Scorsese in Casinò (1996) ben racconta questa
realtà metropolitana violenta. Robert De Niro, protagonista del
film, ci accompagna nei meandri nascosti della città, nella vita
dei casinò e della criminalità mafiosa, proprio negli
anni in cui i Venturi scrivevano il libro culto di generazioni di architetti
a venire, una città dove si alternano il lusso del divertimento
e la povertà degli homeless che occupano gli interstizi ai bordi
della strip.
“Las Vegas incarna dunque l’utopia
-scrive Bruce Bégout-
nella sua duplice forma essenziale: la soddisfazione del desiderio individuale
attraverso la razionalizzazione delle relazioni sociali. Essa rappresenta,
al tempo stesso, la città in cui tutti i desideri possono essere
esauditi e quella in cui una severa regolamentazione degli spazi garantisce
a questo soddisfacimento l’assoluta certezza di non essere mai
disturbato né interrotto” [3]. Lo sprawl
quindi non è solo una condizione dello sviluppo
urbanistico della metropoli ma anche una modalità
di vita. Al suo interno non ci sono gerarchie funzionali
in quanto l’omologazione è il sistema che lo regola e lo
alimenta. Questo concetto è dimostrato osservando alcuni quartieri
di Phoenix nei dintorni di Cosanti,
il primo villaggio realizzato da Soleri. Lì, dove negli anni
cinquanta c’era il deserto, crescono a perdita d’occhio
le ville, in stile messicano, racchiuse da mura che ne impediscono la
vista interna, regolate da una fitta maglia di strade ortogonali. In
questo senso si può affermare che lo sprawl è un modello
di insediamento molto rigido, in cui le residenze e le funzioni industriali/commerciali
sono contenute all’interno di recinti fisicamente ben definiti.
L’elemento di rottura è la downtown,
concepita come una struttura verticale che si contrappone all’orizzontalità
del restante tessuto urbano, nel caso di Phoenix con un numero ridotto
di grattacieli, rispetto alle dimensioni delle downtown di Chicago,
Boston o New York.
In America “lo sprawl è una cosa destinata ad accadere:
ci sono 100 milioni di persone in più (da quando gli USA hanno
superato i 200 milioni nel 1967), che devono andare da qualche parte,
e in gran maggioranza non vogliono abitare in città. Fine della
storia” [4]. Secondo un’indagine del 2004 della National
Association of Realtors solo il 13% degli americani vuole vivere in
città, il 51% in un suburbio, il 35% in ambiente rurale: c’è
una necessità di andare ad abitare in quei territori un tempo
campagna, ma oggi appartenenti alla dimensione metropolitana o suburbana
della città.
Comprendere le contraddizioni dell’America non è operazione
semplice, soprattutto quando il territorio è punteggiato di case
prefabbricate/mobili, in cui è inutile ricercare il
riferimento di Richard Buckminster Fuller. Case tutte uguali, fatte
in balloon-frame e rivestite in
cartongesso, le une accanto alle altre, come elementi di un catalogo
d’acquisto, occupano lo spazio senza nessun carattere distintivo.
Non a caso la migrazione verso il West e l’Arizona, che dispongono
ancora di molto spazio libero, è in espansione soprattutto dalla
California, a causa del minor costo del terreno dove collocare le truck-houses.
Attivo fin dagli anni Quaranta del Novecento, questo fenomeno fonda
la sua forza sulla possibilità di cambiare luogo più volte
durante la vita, scegliendo un nomadismo analogo a quello dei primi
pionieri.
Le case, in alluminio o legno, vengono trasportate
sui camion fino alla destinazione finale, qui vengono disposte
sparse, senza nessuna logica urbanistica, occupando porzioni minime
di un territorio molto ampio. In questo modo si formano le nuove città
provvisorie e temporanee ai bordi delle grandi superstrade dove, per
comprare i generi alimentari, occorre prendere l’auto e raggiungere
il più vicino Lifestyle Center.
“I proprietari di questi spazi pseudo-pubblici
non rispondono a nessuno e possono imporre un proprio codice di comportamento
personale a clienti e visitatori… I lifestyle centers sono l’ultima
incarnazione dei centri commerciali, intelligentemente mascherati da
spazio urbano pubblico o grande strada commerciale… La verità
è che questi centri sono creati solo per attirare le grandi catene
nazionali del commercio o della ristorazione” [5].
Di altra natura ma speculari al paesaggio dello sprawl, sono le gated
community dove l’investitore privato realizza speculazioni
edilizie per lotti. Un disegno unitario, composto da blocchi
di residenze plurifamigliari, definisce quartieri-ghetto
per borghesi/ricchi in cui l’accesso
è controllato da vigilantes che ne garantiscono la sicurezza
e da rigide norme di autoregolamentazione della vita quotidiana. E’
ancora il cinema ad offrire il mezzo migliore per descrivere questo
paesaggio: Peter Weir in TheTruman show (1998) narra
la vita buonista che si svolge all’interno di una comunità
urbana chiusa, in cui tutti i cittadini sono sorridenti in un ambiente
di pace e serenità.
La paura verso la società
e le sue diversità genera forme di controllo esasperate dei comportamenti
dei cittadini, video-sorvegliati fuori e dentro le gated community.
Questo senso di chiusura verso la società ha origini lontane
e può essere riconosciuta in alcune delle architetture di Frank
Lloyd Wright realizzate nei primi decenni del Novecento nel
quartiere residenziale di Oak Park
a Chicago. Qui l’architettura definisce una modalità di
protezione visiva e fisica dal mondo esterno attraverso parapetti e
muri, dimostrando quanto questa tendenza fosse insita nell’America
democratica di un secolo fa.
Lo sprawl dimostra il suo fallimento per l’incapacità,
attraverso l’assenza di spazi pubblici, fulcro fondamentale della
vita, di essere città: nell’apparente libertà nell’accogliere
ogni modalità insediativa, l’occupazione
del suolo dipende dal rapporto tra politica e governo del territorio.
Arcologia:
modello alternativo di città
Parlare di arcologia, ossia dell’unione
tra architettura ed ecologia,
richiede una precisazione più approfondita del suo significato,
che può essere data solo dal suo inventore, Paolo Soleri.
“Arcologia. Città a immagine dell’uomo e pertanto
tridimensionale -afferma Soleri- complessa, miniaturizzata. L’arcologia
è architettura in quanto materializzazione
dell’ambiente umano, ed ecologia come equilibrio
fisico, biologico e psicologico di condizioni che tengono
conto del luogo specifico e, della sua partecipazione all’intero.
Così complessa in prospettiva, sana nella struttura, sottile
e flessibile nelle infrastrutture, e con tanta forza di miniaturizzazione
da alterare nella sostanza l’ecologia locale nella direzione umana,
l’arcologia è un meccanismo necessario per il processo
di interiorizzazione del mondo e del concetto di massa energia (la materia
che diventa spirito)” [6].
La miniaturizzazione, ossia la riduzione
fisica delle parti che compongono la città, porta ad elaborare
una città alternativa a quella proposta dal mercato, in cui allo
sprawl si oppone la concentrazione in una stratificazione funzionale,
come accade nel progetto, in parte realizzato tra il 1971 e il 1990
e tuttora in corso, di Arcosanti.
L’arcologia è un sistema indipendente
e autonomo nel senso che al suo interno sono contenute le
funzioni necessarie alla vita della città: residenze, centri
di ricreazione, attività agricole ed educative. L’agricoltura
è uno dei mezzi di sostentamento della comunità in una
condizione storica pre-industriale, aderente alconcetto di vita frugale, cioè
al raggiungimento del fabbisogno necessario ed essenziale, mai superfluo,
come confermano le parole di Soleri “…l’uomo ha fin
dalle sue primissime origini costruito o riorganizzato le ecologie…
ha trasformato continenti lavorando su scala cosmica attraverso l’agricoltura”
[7].
Accanto all’agricoltura, l’artigianato
rappresenta la reale economia di Cosanti e Arcosanti fin dalla loro
fondazione. Attraverso la produzione delle campane in ceramica e bronzo,
disegnate dall’architetto torinese, utilizzando le tecniche apprese
a Vietri da Vincenzo Solimene, si ottiene il sostegno finanziario necessario
al funzionamento e alla realizzazione di Arcosanti.
L’attenzione strenua nel riformulare l’economia della città
si inserisce in un contesto globale dove altre economie, che nascono
direttamente dai produttori (siano essi agricoltori che piccoli imprenditori),
si pongono come alternative al mercato gestito dalle multinazionali.
In questo senso appare non lontana l’esperienza dei forum
sociali no global, in cui si definiscono proposte di economie
alternative al consumo che applicano un modello di società
differente da quello attuale, e la città progettata da Soleri.
Soleri realizza nel deserto un frammento di città
fatto a somiglianza di un villaggio,
in cui la dimensione attuale ne condiziona la vita. Arcosanti è
pensata per 5000 abitanti su un territorio di 25 acri, lasciandone liberi
altri 4060: un luogo di dimensioni troppo esigue rispetto alla realtà
americana e alla percezione urbana dei suoi cittadini.
La costruzione di Arcosanti avviene con il supporto fondamentale degli
hippy, contestatori del modello
americano in funzione di un mondo fatto di libertà,
pace, amore,
annullando ogni diversità culturale, etnica o religiosa e da
chi oggi ricerca un modello alternativo di società.
Soleri individua nel laboratorio urbano
il mezzo per il raggiungimento dell’arcologia, sperimentando la
costruzione della città sul campo con cittadini,
architetti e studenti nell’ottica di una maggiore partecipazione
della società.
Le relazioni tra gli uomini sono
alla base della comunità democratica
di Soleri, una sorta di Soleritown,
in cui l’architetto è il guru, il profeta, il committente
e l’artefice contemporaneamente;
un profeta seguito dai Soleriani,
pochi, fedelissimi, che cercano di divulgare il suo pensiero.
Spazi aperti e accessibili a tutti, abitanti e ospiti, definiscono una
città che vive e si nutre del SOLE quale elemento primario della
sua esistenza, in cui tutto viene svolto in una dimensione spaziale
e in un tempo diverso da quello frenetico della città del consumo.
Il rapporto spazio-tempo è determinante per lo sviluppo delle
attività quotidiane: ad Arcosanti le giornate sono molto lunghe,
s’inizia presto a coltivare la terra e all’imbrunire la
città si chiude in se stessa. Gli edifici sono strutturati attraverso
l’inserimento di funzioni che si modificano durante la giornata
al variare del sole. In Arcosanti Soleri sperimenta tipologie differenti,
come avviene per le case a patio aggrappate al dorso dell’abside
della Foundry, dove il patio diviene fulcro della distribuzione funzionale;
o, ancora, con il blocco di alloggi-cubo dell’East Crescent, che
ruota attorno all’anfiteatro all’aperto, dove il patio regola
questa volta l’entrata del singolo alloggio, definendo un dialogo
con le precedenti case realizzate negli anni settanta.
“Ad Arcosanti la vita procede attraverso percorsi
ambientali di complessità sempre crescente; tali percorsi
sono collocati in spazi strettamente strutturati alla scala individuale.
Ad ogni progredire delle complessità relazionali corrisponde
una contrazione del sistema dei percorsi e dello spazio singolo sino
alla cellula” [8].
Nella città di Soleri non si usa l’auto e i percorsi sono
una promenade architecturale lecorbuseriana, che mostra ai suoi abitanti
la bellezza del deserto, la sua durezza, e consente di compiere dentro
e fuori l’architettura un’esperienza spaziale e temporale
in ogni fase della giornata. La città è reperto archeologico/arcologico
di se stessa, contemporaneamente presente e passato, come se fosse appartenuta
alla terra, ancora prima della sua fondazione.
L’intransigenza di Soleri ha condizionato lo sviluppo del progetto,
evitando ogni compromesso con il mercato e le sue leggi in quanto vivere
ad Arcosanti è una scelta votata al cambiamento della società
verso una nuova coscienza ambientale.
Allo stesso tempo l’architettura costruita a Arcosanti rivela
nella sua stessa esistenza l’aporia del progetto soleriano: ringhiere
e tetti sono il risultato della non conoscenza dell’idea originaria.
L’anarchia diffusa degli arcosantiani, nel modello di vita e nella
costruzione della città, sottolinea la dipendenza dal suo fondatore:
che sorte avrà Arcosanti? I Soleriani riusciranno a portare a
compimento il progetto?
Paradossalmente, abitare ad Arcosanti determina una modalità
di comportamento speculare all’abitante dello sprawl, in entrambi
i casi le azioni individuali sono condizionate dalla tipologia di insediamento
sul territorio. Solamente la riduzione di occupazione del suolo proposta
da Soleri, rispetto alla percentuale occupata dalla città del
consumo (solo il 2% del territorio viene utilizzato contro il 60% destinato
ai servizi per l’automobile, ossia strade, parcheggi ecc), e il
maggior risparmio di energia mediante sistemi
solari passivi (serre, sistemi di ventilazione naturale,
vegetazione, acqua) segnano le differenze culturali tra i due modelli:
sprawl e arcologia.
Il modello di vita del cittadino, abitante della casa unifamiliare nel
sobborgo di Phoenix, ha la stessa forza ideologica dell’arcosantiano
che vive isolato in mezzo al deserto coltivando la terra.
Arcosanti viene percepita come una comunità
spirituale ed utopica, al di fuori da ogni materialismo a
cui, però, nessuno, soprattutto negli USA, è pronto a
rinunciare per ricostruire il futuro dell’umanità. Nessuna
metropoli americana, infatti, ha fatto proprio il laboratorio urbano
soleriano come modello per la fondazione di una nuova città o
di un nuovo quartiere, dimostrando sfiducia verso una città alternativa
a quella prodotta dal mercato. Non è dimostrabile se in un altro
contesto geo-politico, come quello europeo, Soleri avrebbe avuto vita
facile nel promuovere e vedere applicate le proprie teorie: certamente
l’America, luogo dove nasce il consumo, non è quello stato
in cui si riescono a modificare, con la forza delle idee, comportamenti
sociali nati due secoli fa.
Ciò dovrebbe definire un nuovo approccio nella gestione del territorio
anche in senso ecologico. Può la proposta di Soleri diventare
modello di città? Può modificare nel tempo la coscienza
delle conseguenze sociali dell’architettura, che deve svincolarsi
dalla logica del profitto, abbandonare l’enfatizzazione della
città generica alla Koolhaas che cavalca il mercato, assecondandolo?
Una
forma di autonomo eclettismo
Nel 1946 Paolo Soleri scrive a Frank Lloyd
Wright per partecipare all’attività della scuola
di Taliesin West, fondata a Scottsdale, suburbio di Phoenix. Taliesin
West è una scuola di architettura
e di vita in cui il dogma wrightiano viene seguito letteralmente
dagli adepti. Qui ogni giovane architetto, da Neutra
a Schindler, da Soleri
a Moser, deve obbedire alle regole:
è difficile per Soleri, la cui personalità è gia
ben definita, resistere in un ambiente così rigido e poco aperto
al confronto dialettico. Le divergenze con il maestro americano si manifestano
nel tempo e sono evidenti soprattutto nella riflessione di Soleri sul
progetto per Broadacre City, dove
Wright propone la sua idea di città-territorio
dallo sviluppo orizzontale e, il rapporto con la natura
e la produzione meccanica standardizzata
(automobile, telegrafo e telefono) sono gli elementi indispensabili
al suo sviluppo. “Sarà una città così diversa
da quella antica e da qualsiasi città di oggi che probabilmente
stenteremo a riconoscerla come città” [9]: l’affermazione
wrightiana è profetica. Wright sposa l’idea secondo la
quale la metropoli poteva espandersi solo con l’incremento del
sogno americano: un cittadino=un’automobile.
L’auto, che è alla base della teoria di “The
Living City” (1958),
diventa il fattore scatenante l’opposizione di Soleri nei confronti
di un modello che, fin dall’inizio, ritiene essere insoddisfacente
a causa dell’incremento di occupazione del suolo, mettendo in
crisi il rapporto uomo-natura.
Durante e dopo l’esperienza a Taliesin, Soleri elabora i primi
progetti di case, le “Arizonian Houses”,
che sfruttano le condizioni climatiche estreme del deserto. Egli scava
la terra per collocarvi le funzioni abitative ipogee coperte da cupole
vetrate, continuando a disegnare varianti e modificando i raggi di curvatura
delle cupole, alzando e abbassando la linea di terra per definire la
giusta proporzione tra le parti fuori terra e quelle interrate, sempre
in relazione con la posizione del sole. Nel gennaio del 1950 Soleri
rientra in Italia e intraprende un viaggio con la moglie Colly per farle
conoscere la Penisola. Il viaggio è importante perché
offre a Soleri l’occasione di realizzare per il ceramista Vincenzo
Solimene la fabbrica omonima che sancirà la sua autonomia progettuale
e, allo stesso tempo, per la “scoperta” dell’architettura
italiana, che lo guiderà nella riflessione alla contemporanea
opera di Le Corbusier in un confronto stimolante e non di semplice citazione
dell’opera dell’architetto svizzero.
Nel 1951 il progetto in fieri per Chandigarh
diventa per Soleri un punto di riferimento nella costruzione di Arcosanti.
La costruzione della nuova capitale del Punjab consente al maestro franco-svizzero
di realizzare, dopo le architetture degli anni trenta, quella città
di cui aveva scritto in Vers une architecture
e sulle pagine della rivista “Esprit Nouveau”.
“Come Michelangelo in tarda età -afferma lo storico inglese
William JR Curtis- Le Corbusier
entrò, negli ultimi anni di vita, in un mondo poetico sempre
più privato e mistico” [10]: a Chandigardh si ritrovano
alcuni dei principi cristallizzati nei cinque punti dell’architettura,
e l’uso di forme pure, come piramidi, coni, parallelepipedi, immersi
nella luce, che, nel contrasto pieno-vuoto/luce-ombra, assumono un forte
carattere espressionista.
E’ il rapporto col territorio
su cui è adagiato il progetto a condurre ad alcune considerazioni
sulla monumentalità dello spazio costruito.
Le Corbusier progetta Chandigarh secondo un rapporto proporzionale variabile
tra i volumi e il contesto in funzione delle tipologie insediative utilizzate,
seguendo una dimensione che può apparire fuori scala, che è
invece misura necessaria affinché essa si percepisca come città.
Allo stesso modo anche in Arcosanti, Soleri enfatizza la monumentalità
dell’insediamento, altrimenti l’architettura, nella vastità
del deserto americano privo di riferimenti, scomparirebbe.
Entrambi riconsiderano il rapporto tra insediamento e territorio, tra
spazio e tempo, tra spazio e luce applicando forme e tipologie profondamente
diverse, appartenenti a differenti interpretazioni della cultura
architettonica mediterranea e proponendo, al tempo stesso,
una rilettura della cultura indigena.
La città ha una sua dimensione fisica e Soleri, più attento
alla tradizione costruttiva e architettonica italiana, individua nelle
forme absidali e a cupola il suo archetipo per la creazione di strutture
monumentali.
Il Colosseo e la Basilica di Massenzio, e soprattutto il Rinascimento
italiano, sia in senso architettonico che figurativo, diventano in Arcosanti
più di una citazione: nella North e South Vault, le due volte
aperte sul paesaggio richiamano l’esedra del Bramante nei Giardini
Vaticani. O ancora, la forma dell’abside, nel caso della Ceramic
Apse e della Foundry, costituisce una analogia visiva tra l’architettura
nel deserto e la struttura concava, dov’è contenuta la
Madonna raffigurata da Piero della Francesca, nella Pala di Brera. L’utilizzo
di queste forme determina un senso di protezione dal deserto, ma, allo
stesso tempo, consente l’attraversamento dello spazio interno-esterno,
risolto con continuità come se l’architettura diventasse
un insieme unico con la terra.
L’assonanza tra Arcosanti e Chandigarh si misura anche in altre
relazioni: quella simbolica e cosmogonica, non secondaria, che in entrambi
i casi si traduce in elementi architettonici orientati verso le costellazioni
e l’universo; quella materica, nell’uso del cemento
armato a vista dello stesso colore della terra, ottenuto
attraverso l’impiego di tecniche artigianali. Per Soleri Arcosanti,
e prima ancora Cosanti, sono infatti dei laboratori, dove le procedure
apprese da Solimene per la realizzazione di oggetti in ceramica vengono
applicate al cemento, lasciato grezzo e ricco di sbavature che diventano
ornamento; sono veri e propri modelli in scala 1:1, dove l’architetto
verifica le sue idee per una sorta di città “rinascimentale”
proiettata nel futuro dell’uomo, che costruisce il suo habitat
in assonanza con la natura.
Soleri, dunque, elabora un’architettura che attinge a forme e
tipologie che hanno attraversato la storia dell’architettura:
dalla classicità al rinascimento, da Wright a Le Corbusier. Lontano
dai clamori, Soleri ha sviluppato un eclettismo
autonomo, che definisce una collezione di architetture percepite
come un insieme compatto.
foto:
Filippo Romano
foto:
Filippo Romano
foto:
Emanuele Piccardo
foto:
Emanuele Piccardo
NOTE
[1]
Reyner Banham, Los Angeles. L’architettura di quattro ecologie,
Costa & Nolan, Genova 1983, p. 4
[2]
Bruce Bégout, Zeropoli. Las Vegas, città del nulla,
Bollati Boringhieri, Torino 2002, p. 19
[3]
Bruce Bégout, Zeropoli, cit., p. 42
[4]
Brad Knickerbocher, Daniel B. Wood, How America grows: A tale of two
cities, in “The Christian Science Monitor”, 3 ottobre
2006.
[5]
George Crandall, Lifestyle centers camper region’s growth management
strategy, in “Newletter AIA Oregon”, ottobre 2005.
[6]
Antonietta Iolanda Lima, Soleri. Architettura come ecologia umana,
Jaca Book, Milano 2000, in particolare il capitolo Per capire Soleri
bisogna intendersi sulle parole, pp. 64-72.
[7]
Paolo Soleri, Io e l’arcologia, in “Parametro”,
n. 25-26, 1974, p. 12.
[8]
Paolo Soleri, Io e l’arcologia, cit., p. 15.
[9]
Bruno Zevi, Introduzione, in Frank Lloyd .Wright, La città
vivente, Einaudi, Torino 1991, p. XXI
[10]
William J.R. Curtis, L’architettura moderna dal 1900, Phaidon,
Londra 2006, p. 417
Bibliografia
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Einaudi, Torino 1945
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