Inviato da : tommaso
Lunedì, 11 Febbraio 2008 - 17:17
STARTER : Giardino d’Ascolto
by
Andrea Pinna
Ass.cult. STARTER,
Sede:
c/o Fernando Schiavano
Via Germania snc, 73042 Casarano/LE
Contatti:
Tel. +39-328-7614146
oppure +39-347-6621678
mail:a.c.starter@tiscali.it
INTRO
Un piccolo pezzo di terra abbandonato da anni.. un giardino che ormai vive di vita propria.. mura cariche di storia antica e recente.. ricordi nella mente di qualcuno.. un manipolo di artisti di varia estrazione.. un evento.. un'apertura.. la gente..
Questo e molto altro è stato il Giardino d’Ascolto del gruppo STARTER.
Quella che segue è un’intervista che cerca di ripercorrere cosa fu quell’evento e come ci si è arrivati, cercando anche di ragionare su cosa significhi fare arte intesa come trasformazione dei luoghi, partecipazione della comunità, rispetto per la natura e il paesaggio.
Farà seguito successivamente una recensione al libro di Gilles Clément “Manifesto del Terzo paesaggio”, autore Antonio Di Campli, quale approfondimento di uno dei principali riferimenti ispiratori delle azioni messe in atto nell’area di intervento.
Buona lettura
Casarano, 30 luglio – 8 agosto 2006
Giardino d’Ascolto, un evento d’arte contemporanea curato da STARTER nello spazio adiacente alla chiesetta di Santa Maria della Croce, sostenuto dall’Amministrazione Comunale di Casarano all’interno della rassegna OLTREMARE/ENTROTERRA 2006.
Attraverso pratiche di coinvolgimento della collettività, ed un lavoro di ricerca sulle memorie frammentate e disperse del luogo, restituite attraverso interventi e dispositivi artistici e narrativi, Starter trasforma il giardino di Casaranello da spazio di esclusione in luogo di relazione e di incontro e attiva un processo di sensibilizzazione e cura che rinnova la sua originaria funzione di crocevia culturale.
Il giardino di Casaranello è un luogo in abbandono che negli ultimi anni ha potuto svilupparsi indisturbatamente ritrovando un suo naturale equilibrio.
Si presta ad essere metafora della compresenza delle diversità culturali e sociali sul territorio e a divenire spazio di relazione e di condivisione, sostanziando un attenzione all’accoglienza e al dialogo tra culture.
INTERVISTA
UNA BREVE PRESENTAZIONE PERSONALE DEI VARI MEMBRI DEL GRUPPO
- Antonio De Luca, scultore sonoro.
- Silvia Lodi, nata a Brescia, cresciuta e vissuta a Milano, attrice di teatro formatasi al Workcenter di J.Grotowski a Pontedera, ha lavorato con diverse compagnie di teatro di ricerca in Italia, Pontedera Teatro (Pontedera - PI), Teatro Settimo (Settimo Torinese – TO), Teatro Valdoca (Cesena – FO), Koreja (Lecce) e Kismet (Bari). Da più di dieci anni risiede nel Salento.
- Fernando Schiavano, nato a Casarano (Le), operatore sociale ed esperto in politiche giovanili, artista da sempre.
- Giorgio D’Ambrosio: architetto.
- Ingrid Simon, nata a Vienna, Austria. Laureata in grafica, pedagogia dell’arte e lingua francese. Fino al 1995 il suo lavoro artistico consiste maggiormente di disegni, incisioni e serigrafie, passando per scenografie di cortometraggi esperimentali, traduzioni di vari libri nel campo di teoria dell’arte e la pubblicazione di un saggio sull’arte concettuale. Dal 1996 vive nel Salento, il che le ha cambiato sia la vita che il lavoro.
COME VI SIETE CONOSCIUTI?
ADL: Alcuni di noi si conoscevano in precedenza ma la prima occasione per lavorare come gruppo è venuta all’interno del progetto osservatorio nomade.
SL: Antonio è stata la ragione del mio trasferimento nel Salento, Fernando è una amicizia acquisita attraverso Antonio e da sempre apprezzo il suo lavoro. Giorgio l’abbiamo conosciuto attraverso i primi contatti con Stalker a Roma. Ingrid l’abbiamo incontrata nell’occasione del primo progetto ON/Salento, abbiamo conosciuto prima il suo lavoro poi è nata una forte amicizia.
FS: La conoscenza con i componenti del gruppo è il risultato di conoscenze avute in tempi, luoghi e situazioni diverse: con Antonio e Silvia c’è un rapporto di amicizia oramai antico, Ingrid l’ho conosciuta nel 2002 quando per conto del comune di Casarano ho lavorato ad un progetto di arte contemporanea finanziato dal programma comunitario Cultura 2000, Initinere, con Giorgio ci siamo incontrati a Cursi col progetto Egnatia.
IS: Ho conosciuto Antonio per primo, tramite un amico in comune. Era nella prima estate del 2002, ed Antonio stava organizzando una residenza di artisti nel Salento, nella masseria Torcito, dove dovevano partecipare anche gli Stalker che conobbi a quest’occasione. Tra loro c’era anche Giorgio che adesso fa parte di Starter. Tramite Antonio ho conosciuto Silvia, la sua compagna, e qualche mese dopo anche Fernando, che stava in cerca di artisti per Initinere, un ampio progetto di arte contemporanea nel Salento. Nei due anni seguenti partecipavo a varie presentazioni e progetti comuni, insieme ad Antonio e agli Stalker, e in quelli anni si stava già formando l’osservatorio nomade, come progetto e nello stesso tempo come gruppo di ricerca più ampio. Quando, dalla seconda metà del 2004 si iniziarono a mettere in pratica le ricerche per il progetto Via Egnatia, presentato da Stalker/ON-osservatorio nomade, Antonio ed io ne facevamo già parte. La parte finale del progetto doveva aver luogo durante una settimana di convivialità ed eventi più vari nell estate del 2005 a Cursi, nel Salento (tra l’altro luogo nativo di Antonio), nel giardino trascurato di un palazzo antico, presentando anche le ricerche svolte in vari paesi dai numerosi partecipanti e i lavori prodotti. Antonio, Silvia, Fernando ed io, essendo gli unici presenti sul territorio, preparammo per mesi fisicamente e in parte anche logisticamente il luogo per queste giornate, e si può dire che era il nostro primo lavoro in e su di un giardino, contemporaneamente a due lavori di video che erano il nostro contributo per il progetto stesso. Da un lato rappresentavamo ON/Salento, un nome che si estendeva in seguito a tutto l’insieme degli eventi, discussioni e lavori di quella settimana finale del progetto Egnatia nel Salento, dall’altro era già nato il nome informale Starter, sotto il quale presentammo i nostri video.
IN CHE MODO VI SIETE TROVATI COINVOLTI IN QUESTO PROGETTO?
ADL: Il progetto osservatorio nomade nasce in Salento nel 2002 all’interno di un workshop da me curato, esteso sul territorio, che ha coinvolto oltre a Stalker, con cui collaboro dal 2000 circa, numerosi artisti ricercatori e operatori culturali operanti nel Salento o in transito.
Il progetto sostenuto dall’assessorato alla cultura della provincia di Lecce e dalla fondazione Adriano Olivetti di Roma affrontava a diverse scale di intervento, il rapporto del Salento con il Mediterraneo e l’altra sponda, il sistema delle cave di pietra leccese a Cursi e l’Ecomuseo della Pietra Leccese, i percorsi e luoghi d’ascolto e la residenza alla masseria Torcito a Cannole, ecc.
In quel periodo ho conosciuto Ingrid e il suo lavoro e da subito è nata una collaborazione. Con Fernando Schiavano invece ci conoscevamo da tempo avendo condiviso progetti ed esperienze. Fernando in quel periodo era impegnato nell’organizzazione di “Initinere”, un progetto artistico territoriale esteso a tutto il Salento. Abbiamo da subito colto l’importanza di creare un gruppo in cui queste esperienze che andavamo facendo potessero confluire e dar vita ad un nuovo modo di pensare il rapporto tra arte e territorio.
In questa prima fase il lavoro di Stalker si è confrontato con il lavoro di altri artisti in una lettura multidisciplinare del territorio, che ha dato vita a vari progetti che si sono sviluppati in seguito, tra cui “Percorsi e Luoghi d’ascolto” con sculture ed installazioni sonore, “damareamare” di Matteo Fraterno, ON-tv, Present Continuous di Ingrid, i laboratori etnomusicali che hanno coinvolto musicisti salentini e balcanici. Il risultato di questa prima fase di lavoro fu presentato nello stesso anno alla fondazione Olivetti di Roma.
Da questa prima esperienza nel Salento è nato e si è sviluppato negli anni successivi il progetto Egnatia che si è articolato e definito collettivamente attraverso incontri e discussioni, e la costruzione di una rete europea di artisti e ricercatori.
In questo contesto matura e si concretizza Starter come realtà territoriale strutturata che si pone l’obiettivo di innervare e strutturare alcune delle esperienze in atto, cercando nella pratica e nel rapporto continuo con il territorio di trovare le modalità necessarie per contribuire ad una trasformazione responsabile attraverso l’arte, ma anche di sviluppare una pratica artistica condivisa che ha nell’apporto e nelle esperienze personali di ognuno di noi un ulteriore contributo ed arricchimento. Uno dei motivi della scelta del nome riguarda infatti l’idea che l’arte per come noi la intendiamo possa funzionare come dispositivo di attivazione di alcuni processi…
Qui abbiamo sviluppato nel corso degli anni successivi una riflessione sul territorio delle cave dismesse di pietra leccese, elaborando progetti ed interventi di riuso di questi spazi con un laboratorio territoriale per l’utilizzazione degli scarti della pietra tuttora in funzione, e con proposte di intervento organiche che affrontano il tema della riconversione di questi luoghi in rapporto all’attività estrattiva in corso che fa di essi un interessante esempio di territorio in trasformazione continua, altro esempio di terzo paesaggio su cui stiamo lavorando…
SL: E’ dal 2000 che seguo il lavoro di Stalker attraverso il lavoro di Antonio e direttamente dal 2003 quando ho partecipato al progetto “Off à la campagne – parcours choréographiques et autres traversées” ad Alligny-en-Morvan in Francia, diretto dal coreografo Alain Michard che aveva già partecipato nel 2002 alla prima residenza Stalker/ON nel Salento. In questo frangente Stalker era stato invitato a fare degli interventi artistici nel territorio del Parco Naturale Regionale del Morvan e io ho collaborato con Stalker affiancando il lavoro di Alain. E’ Antonio che ha portato Stalker/ON a fare il primo intervento nel Salento e da lì la collaborazione si è saldata e abbiamo creato una cellula salentina informale.
FS: Antonio, Ingrid e Giorgio avevano collaborato negli anni precedenti con Stalker. Nel progetto Egnatia mi hanno coinvolto anche per il ruolo e per l’esperienza avuta con Initinere.
COME E PERCHÈ AVETE DECISO DI PROSEGUIRE INSIEME DOPO QUESTA ESPERIENZA?
ADL: Per la naturale condivisione di visioni e sensibilità e la possibilità di contribuire tutti insieme a definire un operatività più estesa e articolata che coinvolge più linguaggi e dimensioni del fare.
Sentivamo la necessità di strutturarci per una più incisiva azione sul territorio, per trasformarlo agendo su alcuni processi interni che ne regolano lo sviluppo, ma sempre attraverso il coinvolgimento costante di chi il territorio lo abita… e lo trasforma quotidianamente. C’è anche la necessità di tenere insieme diversi aspetti - quello organizzativo, quello progettuale e quello operativo sul territorio.
SL: Il lavoro attorno all’Egnatia è stato entusiasmante ma anche molto duro, fisicamente e psicologicamente. Tra di noi è nata un’armonica intesa su come affrontare il progetto, praticamente c’eravamo già costituiti come gruppo senza quasi saperlo, la necessità formale di dare vita ad una associazione è stato il passo naturale successivo per dare vita ad un progetto più duraturo nel tempo e che riunisse le specificità di ognuno.
FS: Con Egnatia abbiamo creato un gruppo di lavoro impegnato sul territorio Salento, che era prima di tutto un gruppo informale. Ciò ha funzionato fra di noi e niente era scontato. È stata la molla che ci ha permesso di credere nel gruppo e di formalizzare il gruppo attorno ad una associazione culturale.
Starter è nato da questa prima esperienza a Cursi, la verifica come gruppo informale c’ è stata a Matera quando ci ha chiamato la fondazione Southeritage per la mostra InLuogo.
Da qui ci siamo innamorati ed è nata l’associazione.
IS: Era come uno sviluppo naturale. Ci eravamo trovati bene a lavorare insieme, avevamo scoperti degli interessi in comune, punti di vista simili oppure complementari. Decidemmo dopo il progetto Egnatia di fondare ufficialmente il gruppo Starter, trasformatasi più tardi formalmente in associazione culturale. Partecipò anche Giorgio che aveva appena lasciato il lavoro con gli Stalker e si era trasferito nel Salento. Abbiamo scelto il nome STARTER perché indica l’avviamento di processi e riunisce in sé i concetti “ARTE” e “TERritorio”. E, non per ultimo, è la parola inglese per “antipasto”. Il che prepara l’appetito a ciò che segue.
È UNA NATURALE PROSECUZIONE DEL VOSTRO LAVORO COME SINGOLI ARTISTI O RAPPRESENTA UNO SVILUPPO, UN’EVOLUZIONE?
ADL: Penso sia per tutti noi uno sviluppo e un’evoluzione del proprio lavoro che in questo modo si relaziona a contesti territoriali e sociali complessi e sperimenta una reale condivisione di progettualità.
SL: Non è senz’altro una naturale prosecuzione del mio lavoro, è invece un allargamento di campo dove alcuni elementi fanno da perno nel mio naturale modo di pormi nel mestiere dell’attore: la relazione tra “la memoria” dei luoghi attraverso le persone e viceversa, e il contemporaneo. E’ un esperienza molto stimolante perché mi sta permettendo di dialogare con altri linguaggi, altre sensibilità e punti di vista ed è comunque complementare e parallela alla mia professione.
FS: Le esperienze erano diverse, pure le sensibilità. Si può dire per quanto mi riguarda che sia un naturale sviluppo del mio lavoro creativo in quanto da diverso tempo mi stavo occupando dei meccanismi di relazione sociale all’interno della mia comunità. Il mio lavoro artistico individuale è in particolare rivolto ad anziani, emigranti ed ex carcerati.
IS: Per quanto mi riguarda, non è una naturale prosecuzione del mio lavoro personale, ma un lavoro parallelo che mi arricchisce, e in questo senso un’evoluzione. Diciamo che le varie performances che avevo fatto nei primi tempi dopo il mio arrivo nel Salento e le varie esperienze con Stalker ed altri artisti andavano già nella direzione di una forma di arte più direttamente comunicativa. Comunque vedo il mio lavoro tuttora su due binari.
IL GIARDINO D’ASCOLTO È IL PRIMO IMPEGNO DELL’ASS. O AVETE FATTO ANCHE ALTRO PRIMA DI QUESTO?
ADL: Nel progetto Egnatia la nostra attenzione si è concentrata nel Salento e oltre al contributo organizzativo che è stato notevole abbiamo sviluppato una ricerca sul campo che ha coinvolto varie comunità di migranti o semplicemente persone che venivano dall’Albania, dalla Grecia e dalla Romania, che nel Salento si erano stabilite. Abbiamo prodotto per il progetto Egnatia due video che documentano le nostre ricerche, ma oltre a questo come Starter abbiamo recuperato e gestito il giardino Egnatia, un luogo in abbandono che abbiamo trasformato in luogo di incontro e di scambio, spazio pubblico restituito alla comunità. Qui la nostra attenzione verso il tema del giardino ha avuto inizio….Poi ce stato il Palombaro a Matera…..e il Giardino d’Ascolto…
FS: E’ stato il primo lavoro come associazione ma non il primo in assoluto.
IS: Io ritengo il progetto Egnatia la prima esperienza di Starter, poi c’era il Palombaro, un progetto di arte pubblica, a Matera, e infine il Giardino d’Ascolto a Casarano.
DA QUALI ANALISI, RIFLESSIONI, O SEMPLICEMENTE OCCASIONI È NATA LA SCELTA DEL GIARDINO DI CASARANELLO?
ADL: Fernando Schiavano ci ha fatto conoscere quel luogo, contemporaneamente luogo di scarto, di rimozione e di stratificazione di memorie.
FS: La scelta è nata dagli incontri nella nostra sede di Castrignano dei Greci. La sede è stata realizzata grazie al lavoro di Matera che ci ha permesso di investire tutto quanto il contributo della fondazione nell’ allestimento della sede. Anche questo mi sembra un fatto interessante, di quanto si è creduto e si crede nel progetto.
Ho proposto il luogo - in quanto essendo di Casarano conoscevo il giardino di Casaranello, si prestava ad un intervento ed era anche il banco di prova di tutte le nostre teorie in materia di interventi di arte pubblica.
IS: Era Fernando, che è nato e vive tuttora a Casarano, a proporcelo, e il luogo ci sembrava ideale per una serie di ricerche ed interventi, essendo abbandonato da un po’ di anni ed avendo una lunga e ricca storia.
DI COSA SI È PARLATO NELLE VOSTRE RIUNIONI X ARRIVARE A DECIDERE IL TAGLIO DA DARE AL TUTTO E IN CHE MODO SVILUPPARLO?
ADL: Abbiamo pensato dall’inizio al giardino e alla sua vicinanza alla chiesa di Santa Maria della Croce, al paradosso che lo aveva generato e reso invisibile nel tessuto urbano. Alla sua sacralità rimossa, ma anche al fatto di essere stato un cimitero, luogo di deposizione di memorie e allo stesso tempo luogo di oblio, luogo di assenza, luogo di memorie di scarto appunto… tutelato nel suo abbandono come una ferita collettiva, per il suo essere stato lazzaretto… divenuto poi luogo marginale e di emarginazione sociale ma anche spazio in cui si sperimentava la convivenza e la gestione comune e produttiva del giardino, con l’orto e la zona dell’ossario dove veniva coltivato il grano…
FS: Credo che il sopralluogo fatto nel giardino abbia provocato in ognuno di noi inizialmente un’enorme emorragia di emozioni. Il luogo è quello che ognuno di noi desiderava di incontrare. Giardino incolto + cimitero + lazzaretto + residenze di emarginati + il più antico tempio religioso della Puglia quasi a protezione del luogo: chi poteva desiderare così tanto?
IS: Abbiamo soprattutto cercato di capire cosa è stato questo luogo in vari periodi, e cosa era nel presente, per poter decidere le azioni, gli interventi, le persone da intervistare. Ci siamo incontrati sin dall’inizio anche nel giardino, per viverlo e per acquistare un senso del luogo, per sviluppare delle idee per interventi e anche per vedere quali lavori pratici c’erano da fare. Partendo da alcuni concetti di base, cioè, l’apertura del giardino al pubblico, la messa in risalto di questo luogo speciale, della sua storia e dei suoi abitanti, e la programmazione di una sequenza di varie serate per far vivere e sentire il luogo non solo attraverso le nostre installazioni, ma anche attraverso poesia, musica, film, discussioni, cibo, convivialità. I preparativi duravano circa sei mesi in tutto, e durante questo tempo il progetto cresceva, e naturalmente alcune idee si trasformavano oppure venivano sostituite da altre.
POTRESTE SPIEGARE LE TAPPE DEI VARI PASSAGGI NECESSARI X PASSARE DALL’IDEA GENERALE AL PROGRAMMA DETTAGLIATO?
ADL: La nostra idea si è articolata attraverso ipotesi e incontri periodici con gli ex abitanti e con chi aveva in qualche modo avuto relazioni con quello spazio, ma soprattutto siamo stati in ascolto, cercando di coglierne le emergenze e le latenze… curando quasi quell’abbandono che lo aveva tutelato e reso carico di presenze e stratificazioni.
Non volevamo trasformare in modo artificioso lo spazio e questo ci ha portati a testimoniarne il suo divenire… Poi c’é stato l’incontro con le teorie di Gilles Clément che considero il John Cage del paesaggio, abbiamo verificato una vicinanza del suo approccio al nostro.
Inizialmente il progetto era articolato in tre anni, durante i quali il luogo sarebbe stato gestito attraverso una programmazione culturale attenta alla presenza sul territorio in questione di varie comunità straniere… poi ci siamo ritrovati a gestire il fatto che il luogo era stato contemporaneamente destinato ad altro, e anche il nostro progetto si è concentrato in quindici giorni.
FS: Il progetto direi che è venuto di getto, veloce, le idee fluivano incessanti. Abbiamo chiesto un incontro con l’amministrazione, col sindaco. Il progetto ha emozionato anche loro. Il suocero del sindaco era stato da bambino un residente di questo luogo.
Gli interventi ed il programma però si sono modificati nel corso della preparazione. Si pensava di rendere e restituire il luogo alla cittadinanza in modo definitivo, solo che intanto il destino ha voluto che la sede fosse stata scelta dalla fondazione Bastianutti come luogo per la loro casa famiglia. A questo punto bisogna spiegare che la fondazione è nata in memoria di due giovani donne di Casarano, morte l’anno prima nell’attentato terroristico di Sharm el Sheik.
IS: Il sostegno (anche economico) del sindaco e dell’assessore alla cultura di Casarano erano fondamentali per la realizzazione del progetto.
L’idea generale era di aprire questo luogo abbandonato al pubblico e di farne uno spazio comune, uno spazio di riflessioni, di incontro e di scambio, anche fra varie culture.
Prima di tutto volevamo incontrarci regolarmente in questo giardino, per osservarlo, l’insieme della sua vegetazione di piante coltivate e spontanee, volevamo dargli quel minimo di cura necessaria per poterlo praticare, e ci veniva spontaneo documentarlo fotograficamente nel corso dei mesi, delle stagioni.
Volevamo anche conoscere la storia del luogo (incluso la chiesa), e lo facevamo attraverso libri e incontri con persone di Casarano che avevano fatto ricerche storiche oppure che avevano sentito i racconti riguardo Casaranello da nonni e parenti.
Rintracciavamo vari ex-abitanti del luogo che ci raccontavano le loro memorie, la loro vita passata lì.
Donatello de Mattia, un giovane amico architetto, veniva a trovarci durante una delle prime visite al giardino, e ci raccontava delle pratiche di Gilles Clément che diventarono in seguito molto preziosi per noi, condividendo in pieno le sue convinzioni. Leggendo il suo “Manifesto del terzo paesaggio” ci rendevamo conto che il giardino di Casaranello era un “giardino in movimento” esemplare.
Le idee per gli interventi artistici nascevano da subito, abbastanza velocemente, ma la loro forma definitiva subì ancora un po’ di cambiamenti fino alla realizzazione, per limiti pratici o per la necessaria maturazione.
La programmazione delle serate doveva offrire la possibilità di scambi culturali (la biodiversità della vegetazione ci portava alla diversità di culture conviventi nel Salento), doveva contenere anche momenti di riflessione sul giardino stesso (da lì l’idea di una tavola rotonda su possibili approcci ai luoghi di margine), un evento espressamente per i bambini, una serata dedicata al cielo e all’astronomia, e, alla base delle serate, ci voleva un bar con tavolini e sedie che offriva cibo e bevande (dopo l’esperienza del bar Egnatia ci sembrava fondamentale).
RACCONTATECI DEL RISULTATO FINALE, COSA AVETE PREPARATO.. CHI AVETE INVITATO..
FS: Il modello applicato al giardino l’avevamo sperimentato già nel progetto Egnatia l’anno prima, inventandoci il Caffè Egnatia.
Un luogo pubblico che si sedimentava su pezzi di storia stratigrafica: chiesa paleocristiana, cimitero, lazzaretto, casa di zingari, ecc.
In un luogo di questo tipo i lavori e le installazioni non potevano che raccontare la storia del luogo. E così è venuto fuori il Cicerone (totem in più lingue ad uso del turista o del visitatore che si aggingeva a varcare la soglia), i video dei residenti distribuiti all’interno delle stanze del lazzaretto ospitate in piccoli salottini domestici, i “mantaji”, oggetti popolari della tradizione devozionale locale con le foto del giardino, i saggi per la riattivazione delle semi sedimentate nel terreno, l’installazione luminosa come proiezione della costellazione di Ercole (il cielo a Casaranello nel V secolo), l’installazione sonora indicata da un segnale stradale con l’icona grafica di un orecchio e sistemata in una delle tante aiuole del giardino.
IS: L’apertura del giardino al pubblico avvenne dal 30 luglio al 8 agosto 2006.
Avevamo osservato e curato il giardino.
Avevamo svuotato, pulito e reso accessibile la casa che affianca il giardino. La maggior parte dei suoi spazi ospitava varie installazioni, due stanze ci servivano per il bar e come ufficio.
Avevamo costruito un bancone all’aperto e portato la corrente elettrica nella casa e nel giardino. Nel periodo dell’apertura l’erba, i trifogli, il mare di camomille e le graminacee che si erano susseguiti erano seccate. Al loro posto avevamo portato sedie e tavolini e creato uno spazio all’aperto per concerti e presentazioni.
Le varie interviste si erano trasformate in tre installazioni video, due all’interno della casa, che raccontarono le memorie degli ex-residenti e le memorie storiche riguardo al luogo, e una nel giardino, sulla soglia della casa senza tetto, che parlava del giardino in movimento di Casaranello.
All’ entrata del giardino collocavamo il Cicerone, una specie di colonna all’altezza d’uomo che riferiva in quattro lingue la storia di questo luogo abbandonato (storia a tratti soggettiva, perché scoprimmo presto che i vari racconti delle persone sul periodo del lazzaretto erano molto diverse una dall’altra).
In tre spazi interni pendevano dal soffitto i mantaji, tipici ventagli salentini a forma di bandierine rigide che di solito mostrano su entrambi i lati immagini religiose e preghiere, e si acquistano durante le feste di paese. I mantaji nostri mostravano immagini del giardino o dell’interno della casa, sul retro invece c’erano citazioni di Gilles Clément o di Daniele Errico, il paesaggista salentino da noi intervistato.
Su un muro lungo il giardino si proiettava in continuazione l’archivio, la sequenza cronologica di oltre le mille foto che fatte durante i mesi precedenti nel giardino, testimonianze della trasformazione periodica e sorprendente di un micro-paesaggio, la cui colonna sonora consisteva di suoni registrati nel corso di ventiquattro ore in un giorno di luglio nel giardino.
Il segno stradale con l’orecchio indicava un posto di interesse sonoro – sotto il melograno si sentirono i suoni (registrati) di un ruscello, elemento realmente mancante nei giardini del Salento.
In un’altra parte del giardino c’erano i tre quadrati del saggio botanico (Latenze) – uno era uno scavo di circa 20 cm di profondità, che portava uno strato di terreno alla luce, permettendo in questo modo ai vari semi sepolti fino a quel momento di svilupparsi. Il secondo quadrato era il “positivo”, una cornice di legno alta 20 cm che conteneva tutte le pietre trovate nella terra dello scavo, e il terzo era una cornice piatta, poggiata per terra, che portava un vetro con un testo di Lucrezio, tratto da “Il poema della natura”. Nel corso dei dieci giorni, una colonia di formiche si faceva strada su vetro e cornice del poema.
Davanti alle Latenze, per terra, Ercole, disegno con tubo luminoso dell’omonima costellazione stellare, chiave di volta della cupola celeste anche ai tempi della costruzione della chiesa di Santa Maria della Croce.
Un altro riferimento al cielo era la Cupola portatile, berretto fatto all’uncinetto che assomigliava alla volta della chiesa, esposto come una reliquia sotto una campana di vetro.
Ogni sera si servivano piatti diversi al bar, qualche volta anche di cucina albanese, preparati in collaborazione con un’ amica di Skutari, e si serviva il vino prodotto dall’azienda vinicola di fianco.
ADL: Oltre al suono continuo dell’acqua vicino al melograno si ascoltavano nell’area del bar musiche da Morton Feldman al Kronos Quartet, da musiche dell’intero bacino del Mediterraneo a quelle provenienti da vari paesi del mondo arabo.
CHE RICORDI AVETE DEI GIORNI DELL’APERTURA, DELL’INAUGURAZIONE E DELLE VARIE SERATE FINO A QUELLA FINALE DI CHIUSURA?
ADL: Tanto lavoro poiché la programmazione era davvero molto ricca. L’attivazione dello spazio poi produce il suo effetto dopo un po di giorni durante i quali il luogo comincia ad essere conosciuto e frequentato assiduamente. Abbiamo avuto tanti visitatori che ci chiedevano di continuare e di non chiudere lo spazio.
Questo era successo anche con il giardino Egnatia. Abbiamo constatato il forte bisogno di spazio pubblico.
SL: Una grande emozione nel vedere finalmente aperto al pubblico e soprattutto ai cittadini di Casarano, un luogo ormai sbarrato da tempo. Siamo arrivati al giorno di apertura, come per il Caffè Egnatia, un po’ con il fiatone ma sicuri che il carico emotivo del luogo avrebbe agito sulla gente. La memoria palpitante di quegli spazi e la loro storia raccolta a più voci, la convivialità rappresentata dalla cucina-bar e dalla programmazione di eventi ad hoc, ha riunito e messo in relazione bambini, adulti ed anziani di varia nazionalità. Ho impresso nella mente gli occhi vibranti di un’ anziana signora, che è stata davanti al bancone del bar un buon momento prima di rivelarmi che la stanza alle mie spalle, approntata da noi come cucina e stoccaggio bar, era stata la sua dimora per anni.
Quello spazio poi è diventato naturale ritrovo di persone che avevano voglia di discutere e confrontarsi sui vari temi che partivano dagli spunti che il lavoro sul giardino offriva ma che andavano in tutte le direzioni possibili. Anche con la pioggia ci siamo accorti che lo spazio serviva aperto e funzionava, pronto ad accogliere anche i Forrest Gump estivi.
FS: Molta emozione.
DETTO DELL’EFFETTO CHE HA FATTO A VOI PENSARE, REALIZZARE E VIVERE QUESTE SITUAZIONI, CI RACCONTERESTE DI QUALCHE ANEDDOTO RELATIVO AL COINVOLGIMENTO DELLA GENTE COMUNE NELL’OPERAZIONE? CHE REAZIONI RITENETE DI ESSERE RIUSCITI A SUSCITARE NELLE PERSONE PRESENTI A QUELLE SERATE?
ADL: Riuscire a far abitare e conoscere quello spazio... a creare da un luogo di margine uno spazio pubblico, aperto a tutti, dove è stato possibile accogliere tanti contributi spontanei di persone che in quel luogo ci avevano vissuto ….
SL: In realtà ci hanno chiesto a lungo quando riapriva il Giardino d’Ascolto, purtroppo i destini dei luoghi a volte non coincidono coi desideri dei molti.
Ho un ricordo molto vivo di un signore che con la sua bicicletta ogni pomeriggio, più o meno alla stessa ora, si affacciava nel giardino. Entrava, si sedeva e stava lì a vedere mentre noi lavoravamo.
FS: Uno degli aneddoti si riferisce alle visite inaspettate di cittadini “anziani” che avevano abitato il luogo in periodi diversi. Accompagnati da nipoti o figli facevano ritorno nei luoghi della loro infanzia e adolescenza.
10 giorni non sono sicuramente bastati a far riappropriare il posto ai cittadini, per i motivi legati all’acquisizione da parte della fondazione.
Con la sua trasformazione in casa famiglia si chiude il capitolo, se mai si fosse aperto realmente, della possibile fruizione del “bene” ai cittadini. Il luogo diviene “chiuso”.
IS: Avevamo la sensazione di aver fatto scoprire un luogo ai Casaranesi che, anche se c’era da sempre sotto i loro occhi, non conoscevano proprio, a parte la gente che ci aveva vissuto. Il giardino di Casaranello ha un’atmosfera particolare, senza dubbio la chiesa era stata costruita in un luogo che aveva le sue energie … in ogni caso ti fa sentire a tuo agio, e alla gente piaceva passare le serate lì. Il bello di questo tipo di interventi è che riesci a parlare con le persone che vengono, e che loro possono farti qualsiasi domanda. Non è come una mostra, dove hai due ore di tempo, all’inaugurazione, a confrontarti come artista con il pubblico. Il giardino diventava contesto piacevole anche per parlare di luoghi simili, luoghi di margine, si prestava per le poesie, le proiezioni di film….le persone che venivano sembravano aver (ri-)trovato un luogo dove poter stare, dove si trovarono bene, e molti guardavano con grande interesse i risultati delle nostre ricerche e i nostri lavori, penso anche perché gli riguardavano, essendo collocati sul loro territorio, nel loro paese.
DI COSA SIETE PIENAMENTE SODDISFATTI, E COSA INVECE, COL SENNO DI POI, RITENETE SI POSSA FARE MEGLIO IN VISTA DI UNA PROSSIMA VOLTA?
ADL: Sono soddisfatto del risultato ma non della gestione economica.
FS: Direi che il problema più grosso è stato il deficit di comunicazione avuta con l’esterno.
SL: Bhè, la soddisfazione piena l’abbiamo avuta il giorno dell’apertura quando tutto era in opera e in funzione e il ritorno della gente che passava e che aveva voglia di parlare con noi e di saperne anche di più. Sicuramente la gestione di tutti gli aspetti del progetto ha avuto qualche falla nel settore della Comunicazione che doveva partire più capillarmente e molto prima dell’evento.
Nell’insieme possiamo fare un bilancio senz’altro positivo anche se il nostro progetto iniziale era quello di un progetto che non si esaurisse all’intervento estivo ma di un progetto che si sviluppasse negli anni.
IS: Sono soddisfatta dei nostri lavori nel giardino, delle serate, della trasformazione riuscita del giardino di Casaranello in “Giardino d’Ascolto”, in tutti i suoi significati. Sappiamo che energie, idee e tempo sono dimensioni impagabili, ma spero comunque che in un futuro non troppo lontano riusciamo a rimpicciolire l’abisso tra impegno e budget (ovviamente non diminuendo l’impegno…).
VISTO CHE SIAMO IN TEMA, PROGRAMMI X IL FUTURO?
ADL: Stiamo continuando a programmare degli interventi nelle cave dismesse di pietra leccese che sono altri esempi di giardini in movimento aprendo una riflessione sullo scarto.
FS: Tanti programmi, forse troppi, stiamo serrando le fila.
IS: Prossimamente vorremmo fare piccoli eventi-interventi intorno a vari luoghi salentini di margine, interessanti, sconosciuti.
ALCUNI DI VOI SONO NATI E CRESCIUTI QUI.. COSA VI FA CONVINTI DELL’IMPORTANZA DEL VOSTRO TIPO DI APPROCCIO E IN GENERALE E RELATIVAMENTE A QUESTA TERRA IN PARTICOLARE?
ADL: La possibilità di contribuire ad una trasformazione sensibile del territorio attraverso un approccio multidisciplinare e con il coinvolgimento concreto delle persone che in questo caso partecipando ad un processo in atto riescono a cogliere l’importanza di un rinnovato atteggiamento di cura e tutela dei luoghi.
FS: Ho deciso da sempre di vivere nella terra dove sono nato: una sfida.
IS: Non sono nata e cresciuta qui, ma porto grande interesse e affetto per il territorio dove vivo da tempo. Il tipo di lavoro che facciamo è basato sull’osservazione e l’ascolto, su ricerche rivolte a delle realtà concrete, è ancorata a dei luoghi, e così può comunicare più direttamente con la gente che ci vive, gli può coinvolgere. Credo che particolarmente qui, nel Salento, questo tipo di approccio può stimolare l’attenzione verso il territorio, può contribuire alla messa a fuoco di certe problematiche, può aprire dialoghi fra gruppi più vari di persone, in un contesto che non è espressamente politico, che non richiede polemiche o ideologie, che può essere “leggero” ma nello stesso tempo offrire esperienze intense, che, in breve parole, può essere vissuto.
VEDENDO IL SALENTO COME IL VOSTRO RAGGIO D’AZIONE, COSA HA E COSA MANCA A QUESTO CONTESTO X POTER ACCOGLIERE PIENAMENTE QUESTO TIPO DI NIZIATIVE? QUAL’È SECONDO VOI IL SUO REALE POTENZIALE?
ADL: A volte penso che quando realmente si dà dimostrazione che si possono cambiare le cose si comincia ad essere considerati pericolosi e destabilizzanti.
Quando cioè il lavoro diventa incisivo e sfugge dall’atteggiamento superficiale e rassicurante di alcune opere d’arte, si toccano aspetti che riguardano il sociale, il politico, si cominciano a toccare nervi scoperti che chiamano in causa l’incompetenza di alcune figure politiche nella gestione complessa del territorio.
Il lavoro che noi svolgiamo non avviene mai in studio ma nel rapporto stretto con le istituzioni e ha bisogno di politici sensibili che colgano l’importanza del lavoro che svolgiamo.
Si attivano cioè processi di sensibilizzazione, si opera per attivare una riflessione: spesso si parla di sostenibilità e di partecipazione, ma questi concetti rischiano di restare tali se non si coglie la grande opportunità di coinvolgere in questi processi chi opera culturalmente sul territorio per tradurre queste pratiche in esperienza concreta.
SL: Il Salento è una terra meravigliosa e molto stimolante, lo dico da persona che non vi è nata ma che l’ha scelto come proprio luogo di vita. Il problema qui è la relazione con gli organismi istituzionali, forse è un problema comune dappertutto ma qui ho la sensazione che sia notevolmente accentuato, manca una realtà politica realmente sensibile a sostenere la crescita di una politica culturale, sempre immersi negli ingranaggi che premiano il più superficiale “ritorno d’immagine”.
Manca anche una rete che avvicini e che metta in relazione poi le varie associazioni o singoli artisti che operano sul territorio, cercare di aprire maggiormente lo sguardo e di invertire la tendenza a cercare di accaparrarsi il proprio piccolo finanziamento per fare il proprio piccolo progetto ma tessere relazioni e creare progetti più ampi e di maggiore respiro.
FS: Dare delle ricette non è difficile, il problema riguarda soprattutto chi ha responsabilità politiche ed economiche e se hanno la capacità di ascoltare e di investire in progetti culturali. C’è molta strada da fare: credo che questo territorio vada verso l’isolamento e il decadimento completo.
QUALI SONO LE DIFFICOLTÀ A CUI VA INCONTRO CHI VORREBBE FARE L’ARTISTA COME LO FATE VOI? AVRESTE QUALCHE CONSIGLIO DA DARE?
ADL: Le difficoltà riguardano la grande mole di lavoro e di tempo che questo tipo di interventi richiedono.
Quando poi si parla di arte e del rapporto con il territorio a volte si intendono cose diverse in quanto molti artisti pensano al territorio come ad un estensione spaziale dove poter installare le loro opere. Questo a volte sottrae spazio pubblico e azzera le potenzialità di un rapporto più complesso.
Paradossalmente per ritornare al nostro modo di lavorare accade che quanto più ci si sottrae dal porsi come “l’artista” tanto più si riesce a essere incisivi.
Nel nostro caso le opere d’arte vengono dopo a grappolo, sono il risultato di un processo che viene attivato sul territorio.
Quello su cui bisogna lavorare infatti è proprio la definizione di modalità nuove di relazione e partecipazione nei processi di trasformazione in atto.
SL: Mi ricordo che quando mi sono trasferita nel Salento mi dicevo che avrei stabilito qui la mia residenza ma che per lavorare sarei andata altrove, poi la vita mi ha dato anche una famiglia con dei figli a cui badare e spostarmi mi è sempre più difficile, ora lotto per continuare a lavorare qui.
IS: Non riesci a vivere di questo tipo di lavoro artistico, al meno fino ad ora ci è stato impossibile. Da un lato si potrebbe dire che l’obiettivo sarebbe di calcolare meglio il budget richiesto alle istituzioni, ma dall’altro lato non puoi prevedere l’impegno reale. Siamo idealisti, direi, e la qualità del lavoro ha sempre priorità sul budget….
STARTER è un gruppo di ricerca che riunisce alcuni artisti attualmente operanti nel Salento.
Nato dall’esperienza maturata sul campo nell’ambito delle ricerche dell’Osservatorio Nomade e da incontro e confluenza tra pratiche, linguaggi e percorsi individuali differenziati, STARTER progetta ed elabora interventi con l’obiettivo di coniugare ricerca artistica e trasformazione del territorio, inteso qui in tutte le sue manifestazioni, storiche, sociali, ambientali, urbanistiche, economiche e culturali.
Attraverso una metodologia dinamica, fatta di pratiche di ascolto , di osservazione e interazione , STARTER sperimenta il margine sempre mobile di una operatività che si definisce in relazione al luogo, alle sue implicazioni ed emergenze integrando dimensione poetica e politica del fare.
Del gruppo costituitosi nel 2005 fanno parte:Giorgio D’Ambrosio, Antonio De Luca, Silvia Lodi, Fernando Schiavano, Ingrid Simon.