Inviato da : tommaso
Lunedì, 25 Febbraio 2008 - 17:37
SPAZI DELLE GINESTRE
Note sul Manifesto del Terzo Paesaggio di Gilles Clément [1]
by Antonio Di Campli
Gilles Clément (Francia, 1943) è uno scrittore, entomologo, giardiniere, paesaggista ed ingegnere agronomo francese. È insegnante all'École nationale du paysage di Versailles.
Paesaggista tra i più noti e influenti d’Europa, è il teorizzatore del giardino planetario, del giardino in movimento e del concetto di terzo paesaggio. Ha all'attivo numerosi saggi e romanzi.
Ha realizzato diversi parchi e giardini, sia pubblici che privati. Tra le maggiori opere i giardini de La Défense e il parco André Citroën (13 ettari sulle rive della Senna nei terreni che appartenevano all'omonima fabbrica automobilistica) entrambi a Parigi, e il parco Matisse a Lille. [fonte: Wikipedia]
Vale per il concetto di paesaggio quel che Walter Benjamin diceva a proposito delle fotografie scattate da Eugène Atget di Parigi alla fine dell’Ottocento, nel momento in cui riconosceva ad esse “un’intenzione nascostamente politica”. Si tratta cioè di un uso malizioso dell’immagine in cui la messa a fuoco di alcune qualità spaziali, situazioni o brume della città, sottendono, in maniera consapevole o meno, lo sguardo, le forme di controllo spaziale, i sentimenti di un particolare gruppo sociale.
La storia del concetto di paesaggio, dal Settecento in poi, permette di dire che l’intuizione di Benjamin era giusta, soprattutto gli ultimi venti anni hanno visto uno straripare di questo concetto all’interno delle strategie di governo e trasformazione della città e del territorio, un successo a cui ha corrisposto un parlare apparentemente s-politicizzato della città, del territorio e soprattutto dei suoi abitanti.
In queste condizioni si pone la necessità di trovare modi nuovi di riflettere sul concetto di paesaggio ed è precisamente in quest’ottica che si muovono alcune recenti riflessioni, come quelle di Gilles Clément, il quale prova a costruire alcune riflessioni a partire da quegli spazi residuali che sfuggono all’imposizione di un modello.
Se si smette di guardare il paesaggio come l’oggetto di un’attività umana subito si scopre (sarà una dimenticanza del cartografo, una negligenza del politico?) una quantità di spazi indecisi, privi di funzione sui quali è difficile posare un nome. Quest’insieme non appartiene né al territorio dell’ombra né a quello della luce.(…) Tra questi frammenti di paesaggio, nessuna somiglianza di forma. Un solo punto in comune: tutti costituiscono un territorio di rifugio per la diversità.(…) Questo rende giustificabile raccoglierli sotto un unico termine. Propongo Terzo Paesaggio, terzo termine di un’analisi che ha raggruppato i principali dati osservabili sotto l’ombra da un lato, la luce dall’altro.
Indecisione, instabilità, nomadismo biologico, “pratiche consentite di non organizzazione”, contiguità, evoluzione incostante, improduttività: nuovi valori positivi all’interno di una concezione biologica, non economica, del territorio. Questo testo, articolato in una premessa di definizioni e descrizioni quali ipotesi di partenza, ed una tesi-manifesto le cui frasi possono essere volte anche in forma interrogativa, pone in campo diverse questioni, alcune delle quali possono essere raccolte per antinomie.
Aperto/Chiuso. Con il Manifesto del Terzo Paesaggio Clément approfondisce i temi e le questioni messe in campo ne Il giardino planetario[2], nel quale proponeva la rappresentazione del pianeta come un giardino. Con questa espressione, Clément creava un accostamento tra dimensioni opposte, traslando il termine giardino dal senso originario di luogo chiuso (da garten, recinto), a quello di insieme. È il ribaltamento dell’idea dell’hortus conclusus: se in questo si esprime la natura ordinata dall’uomo in contrapposizione al vuoto esterno, alla natura fuori dalle mura, predominante, selvaggia ed ostile, ora è il vuoto (i vacuoles), il poco che è rimasto tra mura e mura, ad attirare le nostre cure, laddove è la diffusione delle mura, dei limiti, dei recinti, (la città globale, il mondo organizzato) a spaventare. Il giardino planetario è la risposta allo spostarsi della questione urbana, e sta alla globalizzazione (economica, urbana) come il parco urbano stava alla città del XIX secolo; si allarga lo sguardo; se ad ogni epoca spetta una certa concezione del verde, il giardino planetario è il giardino della città globale.
Stato liquido/Stato solido. L’insieme dei residui che formano il Terzo Paesaggio funge da elemento di connessione e vivificazione tra i vuoti della maglia delle attività antropiche. Si tratta di luoghi residuali, spazi, per dirla con Zygmunt Bauman[3], che tendono ad uno stato liquido, non conservano mai a lungo una forma, si modificano, debordano, e quanto più assumono i caratteri di un materiale liquido, tanto più resistono ad essere riciclati, cioè governati. Gli strumenti tradizionali di gestione del patrimonio (sorveglianza, tutela, individuazione dei limiti) non possono essere utilizzati senza annullarne le qualità proprie: ne emerge una visione decisamente antipatrimoniale, non istituzionale (“non bene patrimoniale, ma spazio del futuro”), che si contrappone a molte attuali considerazioni sul paesaggio come spazio dell’identità, patrimonio delle società locali, luogo di esercizio delle strategie della memoria.
Ginestre/Green. Le considerazioni che Gilles Clément fa sui residui e l’invenzione del Terzo Paesaggio in qualche modo richiamano la scoperta del paesaggio montano avvenuta in epoca moderna, il luogo orrido, spazio della natura selvaggia, in contrapposizione al luogo ameno: in questo caso, la scoperta dei luoghi di scarto, privi di funzione, in contrapposizione ai luoghi che hanno un valore d’uso definito. I residui sono “spazi delle ginestre”, usando una metafora leopardiana, terra di frontiera, luogo di ibridazione delle diverse specie, ed è la mescolanza planetaria il motore dell’evoluzione biologica. Clément si pone dalla parte del politeismo vegetale contro la monocoltura del prato all’inglese.
Brassage/Parklife. Nella contrapposizione tra evoluzione biologica ed evoluzione economica sta il valore politico della visione di Gilles Clément. Il concetto di paesaggio nasce come strumento di controllo della circolazione dei modelli spaziali, e quindi non è neutro: corrisponde ad una selezione strumentale degli elementi del territorio (gruppi sociali e/o economici, forme naturali ed antropiche, identità locali) in funzione di un modello dominante. John Barrell parla di lato oscuro del paesaggio[4], riferendosi all’imposizione di una visione, di un modo di leggere e percepire lo spazio, proprio di una classe sociale, che tende ad escludere quelle di altri gruppi sociali; per Gilles Clément potremmo parlare di lato luminoso del paesaggio, in quanto il Terzo Paesaggio è un modello non esclusivo, ma inclusivo, “frammento condiviso di una coscienza collettiva”, basato sulla mescolanza (brassage) planetaria che è all’origine del funzionamento ecologico e della ricchezza ecosistemica. Una visione che contrappone l’innovazione (biologica) all’accumulazione (economica), e mette in discussione l’idea del costruire ed abitare lo spazio in “sfere” separate, secondo la logica del parco umano, (il parklife descritto da Sven Lütticken[5]; il parco umano di Peter Sloterdijk[6]).
Date le premesse, il Terzo Paesaggio non ha scala, o meglio le ha tutte, dal microscopio alla visione satellitare. Clément scrive della necessità di abituare lo sguardo al riconoscimento del Terzo Paesaggio; e, di conseguenza, a gestirlo. Poiché le forme di controllo spaziale istituzionali tendono a suddividere in comparti ed ambiti, e ad opporsi alla libera trasformazione, la rappresentazione, gestione e progetto del Terzo Paesaggio devono lasciare spazi all’indecisione, introducendo come variabile l’entropia, mantenendo coscienza dei legami generali con l’ecosistema, ragionando per spessori e non per confini, e considerando l’assenza di regolamentazione morale, sociale, politica non necessariamente in maniera negativa. Qualcosa che è già stato sperimentato, in piccolo, nel giardino in movimento, e qui esteso a scala planetaria.
[1] - Questo testo è una rielaborazione di un precedente articolo pubblicato su arch'it.
[2] - Gilles Clément, Le jardin planétaire. Reconcilier l’homme et la nature, Albin MIchel, Paris, 1999.[3] - Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma – Bari, 2003.
[4] - John Barrell, The dark side of the landscape: the rural poor in English painting, 1730-1840, Cambridge University Press, New York, 1980
[5] - Sven Lütticken, “Parklife”, in Oase n.6/2004, Nai Publishers, Rotterdam, 2004
[6] - Peter Sloterdijk, “La Domesticazione dell’essere”, e “Regole per il parco umano”, in Non siamo ancora stati salvati, saggi dopo Heidegger, Bompiani, Milano, 2004, e Peter Sloterdijk, L’ultima sfera, breve storia filosofica della globalizzazione, Carocci, Roma, 2002