
Il Mali è uno dei cinque paesi più poveri del mondo e la zona desertica compresa tra il fiume Niger e i confini algerini, sotto molteplici aspetti è quella più problematica. Questa fascia sahariana che comprende il massiccio dell'Adrar des Ifoghas è dal medioevo una regione di intensi contatti fra le differenti popolazioni provenienti dalle varie parti dell'Africa. Crocevia commerciale d'oro, schiavi e sale fra il Mediterraneo e l'ansa del fiume Niger ha visto nel XVII secolo, la propria economia e le proprie città distrutte dalle guerre fra le tribù dominanti. Con l'arrivo dei francesi rinasce l'insediamento di Kidal che attira mercanti arabi attorno al suo bordj (piccolo forte militare) e alla sua prigione. Quest'ultima ne diviene presto il triste emblema in quanto colonia penale dove vengono trasferiti detenuti da tutta l'Africa Occidentale Francese e, con l'indipendenza del Mali, internati ed eliminati i “nemici della rivoluzione”. La prima ribellione tuareg (1960-63) a seguito della dittatura instauratasi su base etnica conduce ad una dura repressione contro la popolazione e alla chiusura e all'isolamento dell'intera regione rispetto al resto del mondo. Stremati dall'occupazione militare e dalle ripetute carestie, i tuareg intraprendono una seconda insurrezione armata (1990-95) attraverso la quale ottengono la creazione della VIII regione amministrativa del Mali con Kidal capoluogo. È il primo atto di una politica di pacificazione sociale che vede nel decentramento amministrativo l'auspicio per il riconoscimento delle specificità della minoranza tuareg ma che serve spesso da pretesto alla de-responsabilizzazione del governo centrale rispetto ai gravi problemi di sviluppo di quest'area. La chiusura della prigione nel 1997 viene accolta da tutti gli osservatori internazionali come un gesto significativo sulla strada dell'affermazione dei diritti umani. Tuttavia troppo spesso non si va oltre le buone intenzioni; le promesse sono continuamente disattese e la regione continua ancora ad essere attraversata da forti tensioni determinate dall'insicurezza alimentare, sanitaria, sociale (povertà, disoccupazione elevatissima, discriminazione razziale...) e militare (conflitti irrisolti, contrasto al proselitismo salafita, gruppo terroristico affiliato ad Al-Qaeda...). Il passato crocevia medievale è ora una delle tappe del traffico di uomini, armi e sigarette fra l'Africa sub-sahariana e l'Europa. A sostenere lo sforzo all'auto-determinazione e all'auto-sviluppo dei tuareg contribuisce dal 1990 l'associazione fiorentina Transafrica che in tanti anni di progetti svolti, in partenariato con le istituzioni toscane, ha favorito il consolidamento delle relazioni fra l'amministrazione di Kidal, la Provincia, il Comune di Firenze ed altri enti locali italiani. Nell’ambito dei programmi di cooperazione è maturata la proposta del tema progettuale dall’allora Presidente della Regione di Kidal: riuso del forte e della ex-prigione ai fini museali, così come previsto dal Piano Pluriennale di Sviluppo Regionale.


Kidal poggia su uno zoccolo granitico basaltico spesso affiorante e ricoperto da un sottile strato di sabbia mista ad argilla. Il primo nucleo urbano corrisponde all'insediamento militare francese. Posizionato lungo le rive dell'oued Etambar è oggi caratterizzato dalla presenza di pozzi, alberi e orti in stato di progressivo abbandono. La città si struttura lungo gli assi di attraversamento che conducono alle piste verso Tin-Zaouaten, Abeibarà, Tessalite Anefis. Sotto la spinta all'abbandono della vita nomade e quella del ritorno della popolazione dai campi profughi, la città è cresciuta considerevolmente (si contano tra i 26.000 e i 30.000 ab. a fronte dei 22.000 del 1996 e dei 42.500 a livello regionale su una superficie di 260.000 kmq).Superato solo apparentemente il problema dell'approvvigionamento d'acqua grazie ad un sistema di chateau d'eau, la città ha iniziato a svilupparsi verso nord, lontano dai pozzi. Ogni famiglia ottiene un lotto di circa 25x25 m. che recinge con un muro in banco. All'interno della corte vengono costruite piccole stanze lasciando a disposizione un grande spazio vuoto in cui sovente viene montata la tenda nomade nella quale realmente si vive. I recinti, aggregati a due o a quattro formano grandi isolati che disegnano la trama della scacchiera urbana. Il modello di questo genere di città è quello comune a molte periferie dell'Africa occidentale. La funzione pubblica degli edifici viene segnalata da un recinto più grande, senza che all'estensione corrisponda una necessità razionale d'uso del suolo. Con questa modalità si stanno trasferendo tutte le funzioni amministrative dalla zona coloniale verso un nuovo centro. Analogo discorso vale per le attività militari in via di differente dislocamento nei campi alla periferia della città. Lo studio in esame è stato svolto attraverso una prima fase di ricerca bibliografica e di interviste per comprendere le questioni più rilevanti inerenti al contesto. Fondamentale è risultata la testimonianza diretta di due amministratori coloniali francesi, forse quelli che più hanno inciso sulla pianificazione del centro urbano, il gen. Lagarde e il dott. Clauzel. Attraverso questi incontri è stata messa in evidenza la natura “non-oasiana” dell'insediamento di Kidal e il tema fondamentale della gestione dell'acqua. La permanenza sul posto ha consentito di comprendere, per esperienza diretta, la difficoltà di lavorare in tale contesto. Attraverso una campagna di rilievo con tecniche d'emergenza, resa ancora più complicata dal fatto che il forte è ancora un importante presidio militare, si sono ottenuti i dati su cui si è impostata la riscrittura della cartografia generale, non essendo quella fornita dalle autorità locali assolutamente adatta allo scopo. In tale operazione e nella successiva di progetto è stato utile integrare il lavoro svolto precedentemente da due laureandi ingegneri ambientali di ISF-Firenze sul consolidamento di un barrage all'interno dell'area che considero di intervento(Forzieri –Gardenti,2004); ulteriore aiuto alla costruzione di un supporto cartografico affidabile è venuto da una serie di foto aeree realizzate senza strumentazione tecnica. Considerata la natura del luogo, si è valutato di adottare il principio museologico del “fare sistema”come risposta alla sua frammentarietà caratteristica ed alla molteplicità delle problematiche. È questo il caso di un sistema non ad elevata fruizione ma minuto ove “diventa fondamentale, per le caratteristiche dei luoghi e le peculiarità dei manufatti, la possibilità di istituire relazioni dirette tra gli elementi stessi ed il loro paesaggio: come dire tra piccola e grande scala.” (“Paesaggio, archeologia, progetto contemporaneo”, Pirazzoli, 2003).
La risposta puntuale ai problemi dell'area diventa parte integrante del programma di valorizzazione culturale espressa dalla comunità locale. La proposta progettuale matura dunque nell'attenzione complessiva ad uno sviluppo urbano attento alla salvaguardia e alla valorizzazione delle risorse ambientali e culturali. Nel tentativo di innescare un complessivo “effetto oasi”, si è rivolta l'attenzione a tecniche improntate alla massima economicità e semplicità d'uso, mutuandole dove possibile dalla tradizione, non necessariamente locale, o da significative esperienze individuate in condizioni analoghe a quelle di Kidal (approccio alla cooperazione e allo scambio di conoscenze SUD-SUD). Il progetto per la valorizzazione dell'area ex-coloniale compresa tra il margine dell'oued e la zona commerciale esprime il tentativo di potenziare, per quanto possibile, alcuni elementi chiave per lo sviluppo socio-economico quali: il settore turistico, la salvaguardia ambientale, il settore agro-pastorale, lo sviluppo di una cultura di pace attraverso la promozione e la formazione ai diritti umani. Gli interventi descritti sono a integrazione delle indicazioni contenute nel Plan Directeur in vigore e riferite a 2 “macro”-sistemi omogenei per problematiche affrontate e principi progettuali adottati: il sistema ambientale e il sistema urbano.

SISTEMA AMBIENTALE


“Arrivano due donne vestite di indaco. Sembrano uccelli tristi che volano sulla sabbia sbiadita. Poco lontano dalla pompa, le curve armoniche delle dune sono interrotte da piccoli muretti di sabbia quadrati. Piccoli orti,irrigati a mano con l'acqua di quella sola pompa e tanti viaggi di donne coi secchi sulla testa. Dentro, alcune piantine verdi sembrano sfidare la monotonia cromatica del deserto.” (“Le radici nella sabbia”, Aime, 1999)
Intervenire in questo ambito significa rivolgere l'attenzione verso la lotta all'erosione del suolo e alla corretta gestione delle acque e dei rifiuti, utilizzando materiale preferibilmente reperibile in loco. La definizione delle linee guida di intervento ben si coniuga con l'importanza di valorizzare l'uso della maggiore risorsa naturale presente: la pietra. Nell'ottica di un suo utilizzo in ogni genere di manufatto edile,si rivolge qui l'attenzione verso la tecnica di posa “a secco” mutuando il sistema da quelli in uso nell'Italia insulare (“ogni scagghia sebbi a muragghia”: “ogni singola pietra serve a fare le mura” recita un adagio siciliano). La creazione di un microclima favorevole è elemento essenziale per contrastare la desertificazione. L'ombra degli alberi e le barriere di protezione dal vento consentono di limitare l'erosione dei suoli e la permanenza del sottile strato di limo necessario alla coltivazione. Si propone quindi un intervento di ridisegno degli orti tramite muri a secco di grande spessore (anche superiori agli 80 cm) al fine di favorire la creazione di umidità e la captazione di rugiada. All'interno degli orti viene poi predisposto un sistema d'irrigazione a goccia che comporta la sopra-elevazione di una piccola cisterna zincata su un basamento in pietra predisposto al passaggio per i tubi che mandano l'acqua in pressione direttamente nel suolo. La costruzione di “vasi”di pietre a secco messe a protezione del tronco degli alberi consente il mantenimento di umidità costante ed evita l'insolazione diretta. Si incentiva inoltre la costruzione di bassi muretti divisori posti al limitare di un area o a segnare un terrazzamento in modo da ridurre il ruscellamento delle acque piovane e favorire la loro penetrazione nel terreno. La sponda dell'oued risulta fortemente erosa. Questo processo non trova significativi tentativi di soluzione,ad eccezione dell'argine in muratura costruito negli anni '50 a protezione dei giardini coloniali, e dei rari zoccoli in pietra affioranti dal terreno su cui vengono alzati i muretti in banco a difesa dell'orto. La necessità di limitare l'erosione degli argini e rimboscarli determina un ragionamento sulla sezione trasversale dell'oued. La proposta è di proteggere la sponda con una bassa trincea riempita di pietre di grossa pezzatura. Il muro sull'argine realizzato a secco verrebbe parzialmente “fondato” onde evitare il problema dello scalzamento della sua parte bassa. Tra i due interventi la nuova piantumazione concorre a proteggere la sponda. Il vantaggio dell'uso della pietra “sciolta”è di consentire ai muretti di smontarsi e avere valore transitorio perdendosi la netta discontinuità tra fascia “urbana”e letto del fiume. Discorso a parte merita l'argine in blocchi di pietra regolare costruito durante l'amministrazione francese dalla manodopera della colonia penale. Le condizioni attuali sono buone ma necessita di una ripulitura dalle tante discariche accumulatesi negli anni e che in taluni punti ostruiscono l'accesso diretto al letto dell'oued. Il suo inizio a ovest è in prossimità di un barrage oggetto dell'intervento progettuale dei colleghi di ISF. L'intervento di “imbrigliamento”dello sbarramento da loro studiato viene qui ipotizzato concluso dalla connessione con la sponda in muratura. Altri interventi previsti sono:la messa in sicurezza dei pozzi e lo studio dello spazio pubblico al loro intorno,il recupero del giardino di ethel, l'estensione della piantumazione e della coltivazione lungo tutto il margine nord dell'oued. L'attenta gestione delle acque e dei rifiuti è condizione necessaria per ridurre il rischio di malattie,in particolare modo della malaria, sopraggiunta a Kidal di recente. Le “mares”urbane usate dopo le piogge per l'estrazione del banco per le costruzioni,dovrebbero essere “bonificate”e destinate eventualmente a coltivazioni stagionali. Il problema delle acque stagnanti è ben più ampio e necessiterebbe una specifica regolamentazione. A causa degli scavi davanti alle case per estrarre il banco con cui annualmente si rifanno i muri,vengono a crearsi delle pozze in cui convogliano,ristagnando,acque meteoriche e liquami provenienti dalla casa.
SISTEMA URBANO



L'intervento muove dalla considerazione rossiana che l'architettura offra il punto di vista più concreto con cui affrontare il problema della città.
Alla luce dell'idea di “fare sistema” è sembrato significativo “imporsi di lavorare con tutto il patrimonio disponibile” (Pirazzoli).
L'intervento perciò si articola attraverso azioni sia sull'esistente che sulla nuova costruzione con l'obiettivo di rivelare ed aprire la trama che lega le parti di questo angolo di città.
Sono stati individuati due sottosistemi: quello storico-coloniale e quello commerciale a cui corrispondono differenti principi.
Nel primo caso spicca l'affermazione della logica del riuso edilizio. Le poche addizioni e demolizioni (“dimenticare è importante quanto ricordare” ammonisce l'architetto Fernando Tavora) sono funzionali a migliorare la fruibilità dell'esistente in base al nuovo programma d'uso.
Le tecniche di recupero adottate si adeguano ai sistemi di costruzione dell’architettura coloniale sudanese capace di adeguarsi con una certa flessibilità alle risorse del luogo. Si valuta perciò il consolidamento della muratura in pietra portante e la possibilità d’uso di intonaci ricavati da terre di Bourem.
Cuore programmatico dell'intervento sono il forte e la ex-prigione.
Il primo, adibito a spazio espositivo permanente, offrire uno sguardo sulla ricchezza culturale e naturale della regione.
L'accesso viene evidenziato dal contrasto con la grande spianata adiacente. Il dislivello preesistente e la profondità di campo consentono una fuga prospettica tale da mettere in risalto la porta d'entrata. La vecchia foresteria viene integrata nel complesso e adibita ad uffici e a servizi al pubblico, oltre che a residenza del custode.
All'interno del recinto difensivo, il basamento del forte sottolinea l'inizio del percorso espositivo suggerito, con andamento a spirale, da continui “episodi” espositivi.
L'abbattimento delle baracche e la demolizione di alcuni muri interni sono funzionali alla chiarezza del percorso del visitatore che, apparentemente senza soluzione di continuità, è guidato sino alla sommità dell'edificio dove lo sguardo si apre alla scala del paesaggio.
L'allestimento è scarno, fatto con longarine di recupero, pannelli metallici e piccole teche di vetro posate su un lungo piano di terra cruda. Elemento centrale è la grande stanza del forte, svuotata a doppia altezza accoglie una grande tenda tuareg stesa come un panneggio classico. Lo scopo dell'allestimento non è la rappresentazione di quelli oggetti che hanno ancora un valore d'uso tra la popolazione ma la semplice loro messa a fuoco, il renderli “visibili” ed evidenti. È chiaro il debito in questo approccio al rigore di artisti quali Kounellis, Beuys e Serra.



Il programma per la ex-prigione si estende alla piccola caserma vicina, per farne oltre che un testimone delle violazioni dei diritti umani anche un centro per la promozione di questi tramite la formazione e la documentazione. Anche nel caso della prigione, evidente museo di sé stessa, gli interventi sono ridotti a guidare il visitatore ricercando il massimo di chiarezza espositiva: una soglia di luce davanti alle celle dei detenuti politici; un allestimento fatto di pannelli metallici, messi a fasciare i pilastri interni come a evocare testimoni silenziosi; piccole teche in vetro; l'”ingombrante” archivio della prigione messo in mostra e infine l'uscita dal percorso, una parete a “gelosia” la cui ombra si pone in contrasto con un taglio di luce costantemente riflesso sulla parete di fondo. Il centro di documentazione e formazione mantiene del preesistente complesso solo i muri di cinta e l'assetto generale. Di fatto si tratta di una nuova edificazione nel segno di un portico che tiene a sé due aule, alcune stanze per le associazioni e un archivio. L'uso di muratura portante segue le prescrizioni fin qui adottate di attenzione ai materiali facilmente reperibili in loco. La considerazione dei fattori bioclimatici consiste nell'adottare una ventilazione interna basata su piccole aperture ad altezze differenti sui lati contrapposti. Questo accorgimento (considerato sulla base del lavoro dell'architetto Andrè Ravereau a Mopti) è utilizzato anche nell'estensione del mercato sulla piazza centrale di Kidal. Qui una lunga stecca fatta di piccoli negozi viene raccordata da un basso porticato fino ad una corte aperta adatta al commercio informale. La scelta di potenziare l'aspetto commerciale, anche nella sua dimensione informale, nasce dalla considerazione del forte valore di integrazione che il mercato porta con sé nella cultura africana. “Qui si può notare come il mercato in Africa sia un luogo neutrale e come questa caratteristica diventi il motore trainante di un processo di integrazione. Mettendo in contatto genti “straniere”,il mercato favorisce lo scambio di informazioni, la circolazione di idee e quindi il nascere di nuovi legami alternativi a quelli fondati sulla parentela e sull'appartenenza etnica” (Aime).



CONCLUSIONI
Le proposte contenute in questo lavoro sono argomento di confronto con l'associazione Transafrica ed hanno valore di consulenza rispetto alla Regione ed al Comune di Kidal. Esplicitare le potenzialità di un territorio simile significa esprimere il tentativo di mostrare una prospettiva di miglioramento della qualità della vita di una comunità prima ancora di risolvere dei problemi meramente tecnici. Il progetto a prescindere dai risultati si rivela strumento di indagine ed approfondimento nella sfera etico-professionale mettendo in luce problematiche soprattutto umane di non facile risoluzione.
“Anche chi ha la sventura di nascere nel paese d'una grande letteratura deve scrivere nella propria lingua come un ebreo ceco scrive in tedesco,o come un uzbeko scrive in russo. Scrivere come un cane che fa la sua buca, come un topo che scava la sua tana. E così trovare il proprio punto si sotto-sviluppo, proprio gergo, il proprio terzo mondo, il proprio deserto..” (“Kafka, per una letteratura minore”, Deleuze-Guattari, 1996).

