La Natura è un concetto astratto. Ormai è chiaro. Astratto e del tutto personale. In nome di un ritorno alla Natura ormai si arrivano a pensare soprattutto ipotesi artificiali, come se ormai l’artificio sia l’unico viatico possibile alla naturalità.
E’ notizia recente che a Milano si voglia proporre di riqualificare la zona ferroviaria dismessa di Scalo Farini con un immenso lago di 600.000 mq, completo di porto turistico, amena spiaggia con bagnini, concorsi di miss Muretto, ginnastica acquatica per signore agées, e collinetta limitrofa alta 400 meri (!!!) da cui godersi il panorama della Madunina a soli 2 km in linea d’aria.
Chi non conosce Milano non sa che è posata in una ridente pianura che più piatta non si può. Tanto piatta da aver guadagnato il titolo di città più piatta d’Europa.
Piatta e umida, con un clima continentale, pochissimo aerata, tanto che anni fa un simpatico signore propose ad Enzo Tortora, nella trasmissione Portobello, di abbattere il Passo del Turchino in Liguria, per portare un po’ più d’aria a Milano e alla Pianura Padana. Quelli di una certa età, come me, non se lo dimenticano.
La proposta del “mare in città” è nata in realtà per il centro di Torino, ma la giunta comunale ha fieramente stoppato al volo ogni entusiasmo con sano pragmatismo sabaudo e ha espresso un NO grande come una casa.
L’architetto promotore della brillante idea, torinese, non si è perso d’animo e ha fatto un copia/incolla della proposta alla vicina e tollerante Milano, che invece pare non la stia vivendo con altrettanta ostilità, ma anzi con interesse.
Brevemente spiego cosa c’è di peregrino nella proposta perché non è di questo che in realtà voglio parlare.
Chi vuole mettere un lago in un luogo come Milano (che tra l’altro ce l’ha già: l’Idroscalo), probabilmente non sa nulla di isole di calore e di tassi igrometrici. Tradotto in linguaggio corrente, mettere un bacino d’acqua (che evapora continuamente) in un luogo già umido di suo come questo, significherebbe aumentarne drammaticamente l’umidità, alterando l’equilibrio ambientale della città in maniera serissima, intervenendo su modifiche radicali e definitive della flora e della fauna oltre che dell’abitato.
A posto di un lago, un enorme bosco (dal costo infinitamente inferiore) abbatterebbe in estate la temperatura media dell’intera area di ben 4°, fornirebbe ossigeno in abbondanza per compensare le emissioni di C02 di una città ormai al collasso, fornirebbe un ponte ambientale a molte specie animali, sarebbe una fonte costante di biomasse (legna da ardere) e quindi di fonte di energia rinnovabile. Insomma risolverebbe moltissimi problemi a costo zero.
Quello che trovo interessante in questa vicenda sono due aspetti non tecnici: quello onirico e quello delirante.
Quello onirico riguarda l’entusiasmo genuino con cui la proposta è stata accolta da una certa parte di pubblico ed anche di personaggi pubblici. Sognare trova sempre molti adepti, a prescindere dalle conseguenze e le caratteristiche pratiche del sogno quando questo viene reso reale. E’ come se importante oggi non sia più la realtà vera ma la forza dell’immaginazione difesa e celebrata in quanto tale.
Quello delirante riguarda la legittimità culturale che viene concessa alla forza e alla violenza della mano dell’uomo. Alterare un habitat ormai è giusto. La relazione tra le dimensioni ormai è persa: l’infinitamente piccolo ma onnipotente uomo fa quello che vuole dell’infinitamente grande ma impotente ambiente.
Per queste operazioni ci vuole un alibi ovviamente, e qui è il paradosso. Ci diranno sempre che sarà per il nostro bene, per il futuro dei nostri figli. Se poi questi figli non distingueranno più un mare vero da quello finto, poco male, tutto sommato sarà trendy, e quindi creativamente corretto.
http://www.megliopossibile.it/post.php?id=2010
Isabella Goldmann
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