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La cittā dei BAMBINI

Articoli / Dossier sugli architetti
Inviato da tommaso 17 Ago 2007 - 12:15



   

Questo dossier vuole essere una raccolta di spunti un po' sconnessi che, senza dare risposte, possano suggerire o invitare chiunque, non solo i progettisti, a ripensare e rivivere la città di oggi, come spazio sociale fatto di incontri e scambi, e disegnato attorno alle persone, in particolare ai bambini.

La Redazione di Under-Construction nel ringraziare Anna Vecchi per il preziosissimo contributo approfitta anche per porgerle pubblicamente le nostre più sentite scuse e per ringraziarla infinitamente della pazienza.

DOSSIER a cura di Anna Vecchi .................[con:Andrea Pinna]

Si ringraziano per la collaborazione: Studio Albori, Roberta Bonetti.

>> INTERVISTA

MAI DIRE SQUOLA titolo della mostra conosciuta in tutta Italia è anche messaggio tra le righe che Roberta Bonetti ci ha lasciato estrapolare dalla sua intervista, facendoci vedere la realtà dei piccoli, da punti di vista diversi. In prima battuta attraverso i suoi occhi di antropologa e in seconda, viceversa, ci ha aiuta a capire come i bambini interpretano il mondo in cui vivono.


Domanda: Ricordo che lungo il corridoio della mia scuola elementare, come in molte altre, c'era un'enorme disegno che rappresentava bambini di tutto il mondo mentre giocavano al girotondo, con i colori dei volti che davano particolare risalto ai bambini cinesi, piuttosto che africani o indiani. Ora che l'interculturalità nelle scuole delle grandi città come nelle minori è presente, come viene percepita e vissuta dai bambini? In quale direzione potrebbe essere sviluppato l'apporto di culture diverse nello stesso contesto?

Risposta: Ancora oggi malauguratamente non siamo lontani da questa immagine. Oggi la parola intercultura vuol dire tutto e niente. Viene generalmente e genericamente intesa in relazione a progetti di pace, di dialogo e di conoscenza di culture diverse. E tutto può essere inteso in senso interculturale: architettura, arte, educazione ecc. Ma di fatto, il concetto di intercultura, tralasciando i significati che la vasta letteratura scientifica gli attribuisce, è quotidianamente impoverito in sede di progetti sul territorio e i suoi abitanti, e raramente si trasforma in vere azioni.
L'esempio da te riportato mi ricorda una famosa pubblicità di Oliviero Toscani per Benetton dove volti di bambini di "pelle diversa" erano affiancati in immagini disposte in modo regolare. Ecco, accostando questi visi si trasmetteva il messaggio che esistono diversità di fondo, che magari coesistono, ma "fotografandole" venivano cristallizzate, fissate e rese immutabili. Altro esempio visibile in questi giorni in varie città italiane è una campagna contro il razzismo realizzata attraverso la cartellonistica stradale in cui si affiancano segnali con la rappresentazione di omini stilizzati di colori differenti. Si tratta di una scelta comprensibile, vista l'immediatezza comunicativa della segnaletica. Ma ritengo che scelte di questo tipo, se non sono affiancate da un serio progetto educativo, non possono che rimanere vuote e portare addirittura ad effetti controproducenti. Il risultato anche in questo caso è quello di fissare le differenze invece che metterle in connessione.
Personalmente preferisco parlare di azioni interculturali dove fondamentale è un lavoro di indagine di campo. Si tratta di un'azione pratica effettuata attraverso una serie di progetti educativi che partono dal campo, in interazione con ragazzi di scuole di diverso grado, e che ci permettono di produrre nuove e sensate azioni educative. E' un modo per superare la teoria e analizzare il quotidiano. Ci si accorge così che, spesso, più che a differenziazioni di tipo culturale, ci si trova di fronte a differenziazioni di tipo sociale. E ci chiediamo se l'intercultura non sia di fatto, nient'altro che un problema di trasmissione culturale…

Domanda: Dall'età scolare il bambino inizia ad essere un piccolo cittadino, magari percorrendo la strada da casa a scuola o giocando con gli amici in strada senza la presenza di adulti. Come, il bambino percepisce lo spazio urbano? E quali sono le attenzioni necessarie che possono essere utili alla cotruzione di uno spazio pubblico pensato per adulti e bambini? Ci sono dei modelli che conosci che potrebbero essere buoni esempi per l'ideazione di uno spazio condiviso da piccoli e adulti?

Risposta: E' possibile dire, in senso generale, che il contesto storico in cui viviamo oggi è piuttosto problematico, e per chi segue progetti interculturali è fattore determinante. Io vivo e lavoro a Verona e mi rendo conto di quanto sia utile relazionarsi con il contesto specifico per coglierne alcune peculiarità. E' presente nell'immaginario comune l'idea che esistano veramente culture pure, incontaminate, e questo emerge fortemente dalle rappresentazioni dei bambini.
Ormai è un dato assodato che le identità sono iscritte in un processo storico continuo e sono in continua mutazione. E che alla base di tali mutazioni ci siano spesso rapporti di forza tra gruppi coagulato intorno a interessi specifici non è un fatto nuovo. La storia è ricca di esempi.
Lo stesso concetto di cultura pura non ha più tanto senso…eppure, solo per fare un esempio, è fatto quotidiano riferirsi all' "africano" in modo alquanto generico e secondo un immaginario che ben conosciamo.
A tal proposito, all'interno dell'Associazione che dirigo, abbiamo attivato un percorso didattico interculturale che utilizza un centinaio di segnali del tipo "attenzione bambini" che si trova in diversi paesi del mondo.
La scelta della segnaletica dei Paesi del mondo nasce dalla volontà di creare una didattica trasversale, a seguito di un'esperienza nel campo della cosiddetta didattica "interculturale", precedentemente condotta in un museo, con l'obiettivo di mettere in relazione le differenze piuttosto che isolarle e cristallizzarle.
Questo percorso ha rivelato le potenzialità ma anche i limiti di un'azione educativa che si limiti a presentare i tratti peculiari di un singolo Paese o regione (presuntivamente omogenea) del mondo. Parlare di cultura africana, per esempio, poneva i ragazzi - nel momento in cui iniziavano il percorso - ad affrontarlo in modo discrepante: i bambini africani tendevano subito ad astrarsi, per il timore di veder di nuovo trattare il Continente come abitualmente se ne parla sui media.
Tentare invece un percorso trasversale, nel quale tutti i ragazzi si possano mettere in gioco "alla pari", ciascuno dall'ottica della propria territorialità, si è rivelata una scelta di successo.
Come ogni percorso, anche questo ha portato alla luce delle peculiarità.
C'è innanzitutto da notare come i ragazzi italiani, davanti al segnale del loro Paese, alla domanda "secondo voi perché il bambino è più grande della bambina?", abbiano risposto in più del 90 per cento dei casi "perché negli altri Paesi la femmina non ha la stessa importanza del maschio", oppure "negli altri Paesi c'è maggiore discriminazione nei confronti della femmina". Benché avessero davanti agli occhi, senza rischi di ambiguità, il segnale italiano, i ragazzi tendevano a leggerlo facendo riferimento all'immaginario conoscitivo dei Paesi altri. In definitiva, l'alterità è sempre l'altro, anche quando siamo davanti a uno specchio.
Ciò induce a riflettere su come, normalmente, i percorsi interculturali tendano sì ad accrescere la conoscenza sulle culture altre, ma con il rischio di associare qualsiasi problematica ai Paesi altri; la conseguenza è che la parola altro finisce per equivalere a straniero. Non è quindi sufficiente parlare in termini più appropriati delle altre culture, occorre anche trovare un giusto equilibrio per non insistere troppo nel definirle; si può produrre l'effetto, non voluto ma reale, di creare un cortocircuito da "eccesso di culture".
Durante il percorso espositivo, oltre alla riflessione sulla scuola, uno dei "luoghi culturali" in cui tutti i ragazzi del mondo si confrontano e ricevono formazione (ma non proprio tutti: l'Unicef ci dice che 121 milioni di bambini si vedono del tutto negato il diritto all'istruzione, e la parità di genere - accesso alla scuola, possibilità di completamento dei corsi - è ancora un miraggio), si sono affrontate tematiche in stretta attinenza con i percorsi di educazione alla convivenza civile, di educazione stradale, educazione ambientale, educazione all'affettività (rapporto tra i generi nelle varie culture), tutti temi che destano non poche curiosità nei ragazzi. Molti rimangono spiazzati ma anche piacevolmente sorpresi nel constatare come i loro coetanei, in tanti Paesi diversi, siano stimolati a vivere in maniera autonoma il percorso che ogni giorno li porta da a casa a scuola e viceversa.
Sul tema di questo itinerario, davanti al caso di una città in Giappone nella quale i ragazzi attraversano la strada da soli utilizzando una serie di bandierine gialle raccolte in appositi contenitori ai due lati della via, i ragazzi reagiscono: "Ma... non se le portano a casa?". Oppure: "Ma ce ne sono abbastanza per tutti i bambini?". E ancora: "Ma gli automobilisti poi si fermano davvero?". Simili commenti provengono dall'esperienza quotidiana, che insegna quanto sia sempre pericoloso attraversare la strada, anche accompagnati da un adulto: chi è al volante ha sempre l'aria di fare una tale fatica ad arrestarsi in tempo alle strisce pedonali...
Si mostra così come, in certe scuole (Il Cairo), i bambini vengono educati fin dalla prima elementare come fossero degli adulti: già muniti di "patente", circolano per le strade in auto (giocattolo, ovviamente, nel cortile della scuola), fermandosi alle strisce pedonali e dando prova di conoscere il codice della strada che, come ha affermato un'insegnante del Cairo, è anche educazione civica, educazione al rispetto di se stessi oltre che degli altri. Ciò che sorprende è soprattutto l'elevato grado di autonomia concesso ai ragazzi. Alla visione di altre esperienze condotte all'interno dello stesso istituto scolastico - come la gestione autonoma di un piccolo bar - i ragazzi rimangono estremamente colpiti e domandano: "Ma... i grandi si fidano? Non potrebbero rubare i soldi?".
Il segnale con i bambini che giocano (Bulgaria) si rivela comunque, per molti, il più bello, data l'importanza del gioco nella vita del bambino. Ma quando si rivolge l'invito a "leggere" il segnale, solo pochi indovinano che esso indica solitamente dei luoghi dove, lungo le strade, non ci sono solo marciapiedi ma anche spazi verdi, e per questa ragione i bambini possono andare a scuola giocando. Non a caso quelli che danno la risposta più perspicace sono per lo più coloro che vivono in campagna o in zone verdi. Solo chi ne ha esperienza pratica, cioè, è in grado di leggere l'immagine.
Molte cose sono emerse all'interno del percorso da parte dei ragazzi. Più di un giovane visitatore si è lamentato che nei segnali i bambini sono trattati come i cervi, o come se fossero dei semplici animali vaganti. L'osservazione raggiungeva così quella di diversi bambini che, soffermatisi davanti al segnale irlandese, spontaneamente avevano notato che i segnali erano sempre, esclusivamente, dal punto di vista degli automobilisti; quello dell'Irlanda, invece, mostrando un'autovettura che rischiava di investire un ragazzino, era leggibile anche dal punto di vista dei bambini, e costituiva anche per loro un invito alla prudenza.
Dai lavori realizzati dai ragazzi durante le attività di laboratorio emerge il fascino da essi provato per i percorsi che negli altri paesi sono finalizzati allo sviluppo della creatività e dell'autonomia del bambino. Tra i vari segnali da essi riprodotti emerge in modo costante quello della Bulgaria (spazi versi e gioco) e l'esperienza del percorso casa-scuola così come viene effettuato in vari paesi del mondo. Qualcuno di essi ha riportato a confronto "il triste esempio delle cordate sui marciapiedi nei tragitti casa-scuola effettuato nel loro comune di residenza. Tra smog, marciapiede e attaccamento alla corda". A quanto pare nulla a che vedere con un'esperienza di vera autonomia.
Ritengo sia necessario e urgente che varie professionalità (dal progettista di spazi urbani all'educatore) si incontrino, per contribuire a ripensare uno spazio vivibile a misura di bambino ricordando che "la terra non è un'eredità dei padri, ma un prestito dei nostri figli" (Anonimo amerindiano).

Roberta Bonetti è docente a contratto in Storia dell'Antropologia all'Università degli Studi di Bologna. Ha svolto un dottorato di ricerca all'Università degli Studi di Bologna in cotutela con l'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, con una ricerca sugli oggetti funerari del Ghana meridionale e la loro circolazione nel mondo euro-occidentale.
Ha un'esperienza pluriennale nel campo dell'antropologia museale, in particolare africana. È membro dell'ICOM (International Council of Museums) dal 1999; è membro della Società Italiana AM "Antropologia Museale". E' stata Responsabile del Museo Africano di Verona dal 1996 al 2002. Attualmente è responsabile scientifico dell'Associazione Mani Altri Sguardi Sguardi Altri e si occupa della progettazione e cura di percorsi didattici nell'ambito della cosiddetta educazione interculturale. Inoltre è madre di Nur, bimba di tre anni.

Bulgaria 1998

Danimarca

Egitto 2005

Filippine

Francia

Giappone

Nepal

Nigeria

Norvegia

 

 

Le immagini allegate sono estrapolate dalla mostra "Mai dire squola", una mostra didattica itinerante (al momento nelle scuole di Genova Prà e Mezzanego in provincia di Genova, dal 26 marzo a Trento nell'ambito del festival "Il gioco degli specchi"), viaggio interculturale attraverso pannelli di testo e 100 sagome che riproducono il segnale "Attenzione: bambini".

 



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